Ecco ancora un piccolo racconto legato al tema del diventare anziani che Guglielmo ha trovato in un suo vecchio libro. Desidera condividerlo con gli eldyani.

Sul tavolino da notte di una vecchia signora ricoverata in un ospizio per anziani, il giorno dopo la sua morte, fu ritrovata questa lettera. Era indirizzata alla giovane infermiera del reparto.
<<Cosa vedi, tu che mi curi? Chi vedi, quando mi guardi? Cosa pensi, quando mi lasci? E cosa dici quando parli di me?
Il più delle volte vedi una vecchia scorbutica, un po’ pazza, lo sguardo smarrito, che non è più completamente lucida, che sbava quando mangia e non risponde quanto dovrebbe.
E non smette di perdere le scarpe e le calze, che docile o no, ti lascia fare fare come vuoi, il bagno e i pasti per occupare la lunga giornata grigia.
E questo che vedi?
Allora apri gli occhi. Non sono io.
Ti dirò chi sono.
Sono l’ultima di dieci figli con un padre e una madre. Fratelli e sorelle che si amavano.
Una giovane di 16 anni, con le ali ai piedi, sognante che presto avrebbe incontrato un fidanzato.
Sposata già a vent’anni.
Il mio cuore salta di gioia al ricordo dei propositi fatti in quel giorno.
Ho 25 anni ora e un figlio mio, che ha bisogno di me per costruirsi una casa.
Una donna di 30 anni, mio figlio cresce in fretta, siamo legati l’uno all’altra da vincoli che dureranno.
Quarat’anni, presto lui se ne andrà: ma il mio uomo veglia al mio fianco.
Cinquant’anni, intorno a me giocano daccapo dei bimbi.
Rieccomi con dei bambini, io e il mio diletto.
Poi ecco giorni bui, mio marito muore. Guardo al fututro fremendo di paura, giacchè i miei figli sono completamente occupati ad allevare i loro.
E penso agli anni e all’amore che ho conosciuto.
Ora sono vecchia. La natura crudele, si diverte a far passare la vecchiaia per pazzia. Il mio corpo mi lascia, il fascino e la forza mi abbandonano. E con l’età avanzata laddove un tempo ebbi un cuore vi è ora una pietra.
Ma questa vecchia carcassa rimane la ragazza il cui vecchio cuore si gonfia senza posa. Mi ricordo le gioie, mi ricordo i dolori, e sento daccapo la mia vita e amo.
Ripenso agli anni troppo brevi e troppo presto passati. E accetto l’implacabile realtà (che niente può durare).
Allora apri gli occhi, tu che mi curi, e guarda non la vecchia scurbutica…Guarda meglio e mi vedrai.

Quanti volti, quanti occhi, quanti mani incrociamo, ogni giorno. Che cosa guardiamo? Le rughe, le ostilità, i dubbi, le durezze. Se imparassimo invece a guardare i sogni, i palpiti, gli amori spesso cosi accuratamente nascosti?

5 Commenti a “la vecchina”

  1. ughetta va scrive:

    Questa lettera tocca il cuore,quanto è stata lucida l’autrice!!
    Mi sto avviando anch’io a quella meta…mi viene il magone, comunque dissento su quanto detto da Franco, si capisce che lui non ha avuto l’esperienza di un genitore con l’alzaheimer,questa malattia non è facile da gestire, le strutture sono più idonee,i figli naturalmente devono sempre andarli a trovare come se fossero nella loro dimora.Per esperienza personale, non passa giorno che io non vada a trovare la mamma che è in una struttura adatta alle sue esigenze, dove ogni giorno è scandito da varie attività:ginnastica, passeggiate,fare delle torte andare a messa, giochi vari ecc.sono tutti modi di trascorrere la giornata in modo sereno che permette a loro di vivere in maniera positiva e costruttiva per quanto riguarda le loro possibilità, senza aspettare inermi il loro termine.
    Le buone strutture hanno un costo, ma volete mettere la gioia di vedere il proprio genitore che non si spegne con tristezza????Ogni comune dovrebbe dare questa possibilità ai loro cittadini,anche aiutando economicamente i più bisognosi e ripagarli di quanto loro hanno fatto in passato per la nostra società…In quesata fase della vita non si è cittadini di serie B.perchè non si crea più profitto.

  2. nikorireggio scrive:

    buongiorno ho letto con interesse……….realisticamente ci sono diversi percorsi nella vita, vissuti ecc
    personalmente ho tutti i ricordi del mio babbo che ora poverino e entrato nell’alzhaimer è purtroppo diventa cattivo ai voglia
    si ricordo che anche se aveva la febbre andava a lavorare per portare il cibo ai suoi tre passeriotti piu moglie
    faceva un lavoro duro nei cantieri si gelava tutto mangiava nello schiscetta il cibo che la mia mamma preparava ora
    il suo cervello eè in tilt ha avuto una vita dura ed ecco i frutti
    noi le siamo vicini ma devo dire che è dura pur non dimenticando niente . bisogna mettersi anche dall’altra parte conosco una badante che ha una signora che la picchia persino leii vorrebbe cambiare lavoro ma non ne trova
    il massimo rispetto per i percorsi di vita e i vissuti ma non è oro quel che luccica. non è per tutti uguale

  3. franco muzzioli scrive:

    Forse la vecchia signora non doveva scrivere la lettera all’infermiera che faceva il suo lavoro con quel distacco che le consentiva di non morir di crepacuore ogni giorno, ma ai figli.
    Sono loro che con memoria corta e sentimenti sotto le scarpe hanno lasciato morire la loro madre in un ospizio per anziani.

  4. Lorenzo.rm scrive:

    Una storia tenera che parla a cuori sensibili.

  5. mary scrive:

    Commenti abilitati questi articolo sull’anzianità o forse meglio dire vecchiaia mi piacciono molto. a volte chi sta loro accanto dimentica appunto quello che fate notare dietro quei gesti quel viso quello sguardo c’è una vita intera. grazie.

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