scritto da paolacon il 27 04 2017

 ultimo viene il corvo

Italo Calvino Ultimo viene il corvo

 

Anche se il 25 aprile è passato  mi piace presentarvi un racconto ambientato durante la resistenza italiana al nazismo.

L’autore è Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985)  partigiano e scrittore tra i più importanti narratori del secolo XX.

In questo racconto (da “I racconti”  Ed.Einaudi, Torino, 1949), troviamo molti degli elementi della scrittura di Calvino: l’ironia, il grottesco, il dramma e la favola.

Infatti lo scrittore ci presenta spesso la realtà sotto forma di mito o di fiaba.

In particolare qui affiora l’aspetto disumano della guerra che insegna ad un ragazzino, senza nemmeno un nome, ma “con la faccia a mela”, ad essere crudele, a sparare quasi per gioco ed a sentirsi invincibile, perché è ammesso al mondo degli adulti ed ha in mano un fucile.

Buona lettura! Buona discussione!

 

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Ultimo viene il corvo

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La corrente era una rete di increspature leggere e trasparenti, con in mezzo l’acqua che andava. Ogni tanto c’era come un battere d’ali d’argento a fior d’acqua: il lampeggiare del dorso di una trota che riaffondava subito a zig-zag. «C’è pieno di trote» disse uno degli uomini. «Se buttiamo dentro una bomba vengono tutte a galla a pancia all’aria» disse l’altro; si levò una bomba dalla cintura e cominciò a svitare il fondello . Allora s’avanzò il ragazzo che li stava a guardare, un ragazzotto montanaro, con la faccia a mela. «Mi dài» disse e prese il fucile a uno di quegli uomini. «Cosa vuole questo?» disse l’uomo e voleva togliergli il fucile. Ma il ragazzo puntava l’arma sull’acqua come cercando un bersaglio. «Se spari in acqua spaventi i pesci e nient’altro», voleva dire l’uomo ma non finì neanche. Era affiorata una trota, con un guizzo, e il ragazzo le aveva sparato una botta addosso, come l’aspettasse proprio lì. Ora la trota galleggiava con la pancia bianca. «Cribbio » dissero gli uomini. Il ragazzo ricaricò l’arma e la girò intorno. L’aria era tersa e tesa: si distinguevano gli aghi sui pini dell’altra riva e la rete d’acqua della corrente. Una increspatura saettò alla superficie: un’altra trota. Sparò: ora galleggiava morta. Gli uomini guardavano un po’ la trota un po’ lui. «Questo spara bene» dissero. Il ragazzo muoveva ancora la bocca del fucile in aria. Era strano, a pensarci, essere circondati così d’aria, separati da metri d’aria dalle altre cose. Se puntava il fucile invece, l’aria era una linea diritta ed invisibile, tesa dalla bocca del fucile alla cosa, al falchetto che si muoveva nel cielo con le ali che sembravano ferme. A schiacciare il grilletto l’aria restava come prima trasparente e vuota, ma lassù all’altro capo della linea il falchetto chiudeva le ali e cadeva come una pietra. Dall’otturatore aperto usciva un buon odore di polvere. Si fece dare altre cartucce. Erano in tanti ormai a guardarlo, dietro di lui in riva al fiumicello. Le pigne in cima agli alberi dell’altra riva perché si vedevano e non si potevano toccare? Perché quella distanza vuota tra lui e le cose? Perché le pigne che erano una cosa con lui, nei suoi occhi, erano invece là, distanti? Però se puntava il fucile la distanza vuota si capiva che era un trucco; lui toccava il grilletto e nello stesso momento la pigna cascava, troncata al picciòlo. Era un senso di vuoto come una carezza: quel vuoto della canna del fucile che continuava attraverso l’aria e si riempiva con lo sparo, fin laggiù alla pigna, allo scoiattolo, alla pietra bianca, al fiore di papavero. «Questo non ne sbaglia una» dicevano gli uomini e nessuno aveva il coraggio di ridere. «Tu vieni con noi» disse il capo. «E voi mi date il fucile» rispose il ragazzo. «Ben. Si sa.» Andò con loro. Partì con un tascapane pieno di mele e due forme di cacio. Il paese era una macchia d’ardesia paglia e sterco vaccino in fondo alla valle. Andare via era bello perché a ogni svolta si vedevano cose nuove, alberi con pigne, uccelli che volavano dai rami, licheni sulle pietre, tutte cose nel raggio delle distanze finte, delle distanze che lo sparo riempiva inghiottendo l’aria in mezzo. Non si poteva sparare però, glielo dissero: erano posti da passarci in silenzio e le cartucce servivano per la guerra. Ma a un certo punto un leprotto spaventato dai passi traversò il sentiero in mezzo al loro urlare e armeggiare. Stava già per scomparire nei cespugli quando lo fermò una botta del ragazzo. «Buon colpo» disse anche il capo «però qui non siamo a caccia. Vedessi anche un fagiano non devi più sparare.» Non era passata un’ora che nella fila si sentirono altri spari. «È il ragazzo di nuovo!» s’infuriò il capo e andò a raggiungerlo. Lui rideva, con la sua faccia bianca e rossa, a mela. «Pernici» disse, mostrandole. Se n’era alzato un volo da una siepe. «Pernici o grilli, te l’avevo detto. Dammi il fucile. E se mi fai imbestialire ancora torni al paese.» Il ragazzo fece un po’ il broncio; a camminare disarmato non c’era gusto, ma finché era con loro poteva sperare di riavere il fucile. La notte dormirono in una baita da pastori. Il ragazzo si svegliò appena il cielo schiariva, mentre gli altri dormivano. Prese il loro fucile più bello, riempì il tascapane di caricatori e uscì. C’era un’aria timida e tersa, da mattina presto. Poco discosto dal casolare c’era un gelso. Era l’ora in cui arrivavano le ghiandaie. Eccone una: sparò, corse a raccoglierla e la mise nel tascapane. Senza muoversi dal punto dove l’aveva raccolta cercò un altro bersaglio: un ghiro! Spaventato dallo sparo, correva a rintanarsi in cima ad un castagno. Morto era un grosso topo con la coda grigia che perdeva ciuffi di pelo a toccarla. Da sotto il castagno vide, in un prato più basso, un fungo, rosso coi punti bianchi, velenoso. Lo sbriciolò con una fucilata, poi andò a vedere se proprio l’aveva preso. Era un bel gioco andare così da un bersaglio all’altro: forse si poteva fare il giro del mondo. Vide una grossa lumaca su una pietra, mirò il guscio e raggiunto il luogo non vide che la pietra scheggiata, e un po’ di bava iridata. Così s’era allontanato dalla baita, giù per prati sconosciuti. Dalla pietra vide una lucertola su un muro, dal muro una pozzanghera e una rana, dalla pozzanghera un cartello sulla strada, bersaglio facile. Dal cartello si vedeva la strada che faceva zig-zag e sotto: sotto c’erano degli uomini in divisa che avanzavano ad armi spianate. All’apparire del ragazzo col fucile che sorrideva con quella faccia bianca e rossa, a mela, gridarono e gli puntarono le armi addosso. Ma il ragazzo aveva già visto dei bottoni d’oro sul petto di uno di quelli e fatto fuoco mirando a un bottone. Sentì l’urlo dell’uomo e gli spari a raffiche o isolati che gli fischiavano sopra la testa: era già steso a terra dietro un mucchio di pietrame sul ciglio della strada, in angolo morto. Poteva anche muoversi, perché il mucchio era lungo, far capolino da una parte inaspettata, vedere i lampi alla bocca delle armi dei soldati, il grigio e il lustro delle loro divise, tirare a un gallone, a una mostrina. Poi a terra e lesto a strisciare da un’altra parte a far fuoco. Dopo un po’ sentì raffiche alle sue spalle, ma che lo sopravanzavano e colpivano i soldati: erano i compagni che venivano di rinforzo coi mitragliatori. «Se il ragazzo non ci svegliava coi suoi spari» dicevano. Il ragazzo, coperto dal tiro dei compagni, poteva mirare meglio. Ad un tratto il proiettile gli sfiorò una guancia. Si voltò: un soldato aveva raggiunto la strada sopra di lui. Si buttò in una cunetta, al riparo, ma intanto aveva fatto fuoco e colpito non il soldato ma di striscio il fucile, alla cassa. Sentì che il soldato non riusciva a ricaricare il fucile, e lo buttava a terra. Allora il ragazzo sbucò e sparò sul soldato che se la dava a gambe: gli fece saltare una spallina. L’inseguì. Il soldato ora spariva nel bosco ora riappariva a tiro. Gli bruciò il cocuzzolo dell’elmo, poi un passante della cintura. Intanto inseguendosi erano arrivati in una valletta sconosciuta, dove non si sentiva più il rumore della battaglia. A un certo punto il soldato non trovò più bosco davanti a sé, ma una radura, con intorno dirupi fitti di cespugli. Ma il ragazzo stava già per uscire dal bosco: in mezzo alla radura c’era una grossa pietra; il soldato fece appena in tempo a rimpiattarcisi dietro, rannicchiato con la testa tra i ginocchi. Là per ora si sentiva al sicuro: aveva delle bombe a mano con sé e il ragazzo non poteva avvicinarglisi ma solo fargli la guardia a tiro di fucile, che non scappasse. Certo, se avesse potuto con un salto raggiungere i cespugli, sarebbe stato sicuro, scivolando per il pendio fitto. Ma c’era quel tratto nudo da traversare: fin quando sarebbe rimasto lì il ragazzo? E non avrebbe mai smesso di tenere l’arma puntata? Il soldato decise di fare una prova: mise l’elmo sulla punta della baionetta e gli fece far capolino fuori dalla pietra. Uno sparo, e l’elmo rotolò per terra, sforacchiato. Il soldato non si perse d’animo; certo mirare lì intorno alla pietra era facile, ma se lui si muoveva rapidamente sarebbe stato impossibile prenderlo. In quella un uccello traversò il cielo veloce, forse un galletto di marzo. Uno sparo e cadde. Il soldato si asciugò il sudore dal collo. Passò un altro uccello, una tordella: cadde anche quello. Il soldato inghiottiva saliva. Doveva essere un posto di passo, quello: continuavano a volare uccelli, tutti diversi e quel ragazzo a sparare e farli cadere. Al soldato venne un’idea: «Se lui sta attento agli uccelli non sta attento a me. Appena tira io mi butto». Ma forse prima era meglio fare una prova. Raccattò l’elmo e lo tenne pronto in cima alla baionetta. Passarono due uccelli insieme, stavolta: beccaccini. Al soldato rincresceva sprecare un’occasione così bella per la prova, ma non si azzardava ancora. Il ragazzo tirò a un beccaccino, allora il soldato sporse l’elmo, sentì lo sparo e vide l’elmo saltare in aria. Ora il soldato sentiva un sapore di piombo in bocca; s’accorse appena che anche l’altro uccello cadeva a un nuovo sparo. Pure non doveva fare gesti precipitosi: era sicuro dietro quel masso, con le sue bombe a mano. E perché non provava a raggiungere il ragazzo con una bomba, pur stando nascosto? Si sdraiò schiena a terra, allungò il braccio dietro a sé, badando a non scoprirsi, radunò le forze e lanciò la bomba. Un bel tiro; sarebbe andata lontano; però a metà della parabola una fucilata la fece esplodere in aria. Il soldato si buttò faccia a terra perché non gli arrivassero schegge. Quando rialzò il capo era venuto il corvo. C’era nel cielo sopra di lui un uccello che volava a giri lenti, un corvo forse. Adesso certo il ragazzo gli avrebbe sparato. Ma lo sparo tardava a farsi sentire. Forse il corvo era troppo alto? Eppure ne aveva colpito di più alti e veloci. Alla fine una fucilata: adesso il corvo sarebbe caduto, no, continuava a girare lento, impassibile. Cadde una pigna, invece, da un pino lì vicino. Si metteva a tirare alle pigne, adesso? A una a una colpiva le pigne che cascavano con una botta secca. A ogni sparo il soldato guardava il corvo: cadeva? No, l’uccello nero girava sempre più basso sopra di lui. Possibile che il ragazzo non lo vedesse? Forse il corvo non esisteva, era una sua allucinazione. Forse chi sta per morire vede passare tutti gli uccelli: quando vede il corvo vuol dire che è l’ora. Pure, bisognava avvertire il ragazzo che continuava a sparare alle pigne. Allora il soldato si alzò in piedi e indicando l’uccello nero col dito. «Là c’è il corvo!» gridò, nella sua lingua. Il proiettile lo prese giusto in mezzo a un’aquila ad ali spiegate che aveva ricamata sulla giubba. Il corvo s’abbassava lentamente, a giri.

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Renato Guttuso Gott mit uns

Renato Guttuso Gott mit uns

 

25 Aprile ricordiamolo con alcuni libri scritti su questo argomento; è possibile che  li abbiate letti o forse vi verrà voglia di leggerli.

 

agnese va a morire


Il romanzo probabilmente autobiografico L’Agnese va a morire di Renata Viganò.

La scrittrice con il marito fu partigiana nella resistenza italiana.

Il racconto si svolge nelle Valli di Comacchio gli otto mesi che precedono la liberazione dell’Italia. Agnese è una lavandaia di mezz’età che, dopo la morte del marito deportato, prende coscienza politica e collabora con i partigiani rendendosi utile come staffetta.

La casa in collina

Tra il 1947 e il 1948 Cesare Pavese scrisse La casa in collina un romanzo che descrive molto bene la situazione di un professore torinese sfollato sulle colline piemontesi: la sensazione di paura, sconforto ed anche vigliaccheria che fanno di lui solo un osservatore.

Il partigiano Johnny

Beppe Fenoglio è l’autore di uno dei più importanti romanzi della Resistenza e del Novecento italiano: Il partigiano Johnny. Pubblicato da Einaudi nel 1968. Johnny è come un calco dello scrittore stesso, dato che la maggior parte degli avvenimenti l’autore li visse realmente, in prima persona.

La ragazza di Bube

Carlo Cassola, scrivendo nel 1960 La ragazza di Bube, sotto forma di romanzo d’amore, affronta buona parte dei problemi politici e sociali dell’immediato dopoguerra, mettendo a nudo, con crudezza la sete di vendetta di quel periodo.

Uomini e no

Uomini e no di Elio Vittorini è forse il primo romanzo della resistenza, scritto nel 1944, totalmente coinvolto nelle vicende descritte, data la contemporaneità con i fatti.

Il sangue dei vinti

Il sangue dei vinti è un saggio storico scritto da Giampaolo Pansa.

Il libro racconta delle esecuzioni e dei crimini compiuti da partigiani e da altri individui dopo il 25 aprile 1945, a Liberazione ormai compiuta, verso fascisti e presunti tali o antifascisti non comunisti. La tesi centrale del libro è che tra i giustiziati e le vittime vi furono persone responsabili di crimini sia militari che civili, ma anche persone che, pur legate al fascismo, non avevano compiuto direttamente atti criminosi. Secondo tale tesi, tra le esecuzioni sommarie di quei giorni vi sarebbero stati anche diversi omicidi di partigiani non comunisti e di giornalisti uccisi in quanto avevano denunciato le vessazioni e le violenze operate nel cosiddetto “triangolo della morte”. Le tesi di Pansa, presentate in questo libro e ulteriormente sviluppate in altri due successivi, hanno sollevato notevoli critiche. (wiki)

scritto da paolacon il 21 04 2017

21 aprile 753 a.c. – 21 aprile 2017

Roma, 21 aprile, una giornata radiosa.
La tradizione ci racconta di Romolo e Remo e della Lupa e della fondazione di Roma che fu fatta in questo giorno, 2770 anni fa.

Quasi tre millenni trascorsi da quell’aprile… quando, secondo la leggenda, i discendenti di Enea fecero un solco con l’aratro vicino al fiume Tevere.
Da quel solco la città eterna.

Alme sol, possis nihil urbe Roma visere maius” Così cantava Orazio.

La grande popolarità di Roma è dovuta al fatto di essere stata, nel corso della sua esistenza, la capitale dell’Impero romano e il cuore della cristianità cattolica.
Tutta la città è una sovrapposizione di testimonianze che risalgono all’epoca romana, medievale, rinascimentale, barocca e… ancora ottocento e novecento.
Ma questa Roma la conoscono tutti, fiumi d’inchiostro sono stati versati per descriverla.

Quel che si vede dalla serratura del portone dei Cavalieri di Malta, all’Aventino

 

Faccio una passeggiata nei posti che amo di più, rivisito quegli angoletti che si incontrano allontanandosi dal caos del traffico cittadino e dal rumore di una città che pulsa, come tutte le capitali del mondo. Voglio trascorrere una giornata nella mia città, calmamente.

Oggi è il suo compleanno. Le voglio fare gli auguri!


Salgo sull’Aventino, sfiorando muretti ocra carichi di grappoli di glicine profumato e, una volta arrivata in cima, entro nel “giardino degli aranci” godendomi la vista meravigliosa, circondata da alberi carichi di frutti, ma al tempo stesso con i fiori pronti a sbocciare e si percepisce il loro profumo delicato.

CHE VISTA!
Mi sono affacciata, guardando il fiume che scorre sonnolento in questa luce dorata e di fronte a me il Gianicolo.

 

Panorama dal giardino degli aranci (per visionare tutta la foto, fare scorrere verso destra la colonna di conversazione)


C’è una luce strana… a Roma c’è sempre una luce strana che esalta il colore giallo rosato degli edifici e si mescola con il marmo e con il travertino delle chiese.
Scendo poi per una stretta strada, con i muri ricoperti di verdura, passando davanti al roseto e camminando camminando mi ritrovo al Portico di Ottavia in Ghetto.
Risultati immagini per ghetto roma
Palazzi, stretti vicoli, ombre, un odore di muffa e poi, improvvisamente, dopo aver percorso via della Reginella, sono in piazza Mattei, una piccola piazza, con un gioiello di fontana, di fronte a un palazzo signorile: è “la fontana delle tartarughe” ed anche qui aleggia un’altra delle tante leggende romane, che ricorda una bella storia d’amore: si dice che questo gioiello sia stato costruito in una notte, per fare un regalo all’amata che viveva in quel palazzo.

Un bel gattone rosso e sornione, ha fatto capolino dietro una colonna, poi ne sono arrivati altri tre e sono loro che si muovono da padroni incontestati nel vicolo.
Camminando ancora un po’, mi soffermo all’inizio di ponte Garibaldi, per uno sguardo d’insieme e un saluto alla città e alle sue cupole e alla sua aria molle che ce la fa sempre ritrovare lì, immutata nei secoli, nonostante le dominazioni e le razzie di ieri e di oggi.

Un’occhiata in piazza di Spagna, con la scalinata ricoperta in questo periodo dalle tradizionali azalee, è doveroso darla. 

È  piena di turisti e quasi non si può circolare.



Poi , attraverso il fiume e percorrendo il lungotevere Sanzio, ho voglia di andare a piazza Trilussa, sedermi un po’ sui gradini davanti al “fontanone” e rivedere il monumento a Trilussa e la sua scritta che sembra tanto attuale…

 

Buon compleanno Roma, città “Eterna” tanto amata e tanto bistratta, ma che continui ad affascinare tutti noi e moltitudini di turisti.

 

scritto da paolacon il 19 04 2017

 

 

Alexander Calder

Alexander Calder questa opera si trova al museo di arte moderna di San Francisco California.

Opera del grande scultore Alexander Calder

 

Alexander Calder (Philadelphia, 22 luglio 1898 – New York, 11 novembre 1976) è stato uno scultore statunitense.

È famoso per l’invenzione di grandi sculture di arte cinetica chiamate “mobile”.

Oltre alle opere di scultura, mobile e stabile, Alexander Calder si dedicò anche alla pittura, alle litografie e alla progettazione di giocattoli, arazzi e tappeti e gioielli.
(Wiki)

 

 

scritto da paolacon il 17 04 2017

 

 

Henri-Matisse-Femme-au-Chapeau-1905

Henri-Matisse-Femme-au-Chapeau-1905

scritto da paolacon il 15 04 2017
Alexander Deineka, Lettrice, 1934

Alexander Deineka, Lettrice, 1934

 C’è ancora tanto da dire sulle donne e la lettura, le donne e “il permesso di leggere”…
Riprenderemo il discorso, magari scambiandoci consigli su letture fatte e autrici note e meno note che hanno suscitato il nostro interesse, ci hanno fatto sognare, ci hanno arricchito.
Ne riparleremo.

Ma voglio raccontarvi una piccola storia, purtroppo realmente accaduta.

Una donna che lavorava in fabbrica, aveva bisogno di guadagnare di più e, poiché faceva dei turni serali, decise di fare alcune ore di pulizie durante il giorno, presso una famiglia. Si trovò piuttosto bene e l’attività non era particolarmente faticosa.
Era contenta perché la rispettavano e l’avevano accolta bene. Si stabilì tra lei e “la signora” un poco di confidenza, quasi una timida amicizia. La donna lavorava volentieri e serenamente.
Un giorno “la signora” uscendo, le disse che aspettava una telefonata importante, ma doveva assolutamente assentarsi, per cui le chiese di rispondere al telefono e di annotare su un foglio quello che le avrebbero detto.
Il telefono puntualmente squillò, ma la donna non rispose e non rispose nemmeno la seconda e terza volta che il telefono suonò. Quando “la signora” tornò a casa e chiese della telefonata, la donna disse che non ce n’era stata alcuna.
Alcuni giorni dopo le fu chiesto nuovamente di notare su un taccuino chi aveva telefonato ed a che ora ed il motivo della chiamata. Ma ancora una volta la donna negò di aver sentito l’apparecchio squillare.
Per qualche tempo non se ne parlò più; infine una sera “la signora” chiamò la donna in salotto, mostrando di essere piuttosto alterata. Chiese spiegazioni in modo abbastanza brusco e minacciò di licenziarla.
<Perché non ha risposto al telefono Maria?, perché non ha notato le chiamate su un taccuino come le avevo chiesto? Perché farmi un dispetto simile?>
Maria scoppiò in lacrime, non sapeva scrivere e non voleva esporre la sua vergogna: era totalmente analfabeta. Nella fabbrica dove lavorava le avevano proposto di seguire un corso di alfabetizzazione, insegnavano a leggere e a scrivere, gratuitamente; ma suo marito le aveva proibito di partecipare, perché lui non poteva accettare che sua moglie gli fosse superiore: infatti anche lui a malapena sapeva scrivere il suo nome.
Era il 1998.

scritto da Paola.rm il 14 04 2017

Domani è il giorno della Resurrezione, cerchiamo di risorgere anche noi e di cominciare ad amarci e rispettarci a vicenda, ogni popolo, ogni razza, ogni essere umano su questa Terra.
Serena Pasqua per tutti.

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scritto da paolacon il 9 04 2017

 

 

Due ritratti di donna di epoca tanto diversa,

due donne unite da un interesse comune: la lettura  

La lettrice 1776 Jean-Honorè Fragonard (5 /04/1732, Grasse, Francia - 22/08/1806, Parigi)

La lettrice 1776
Jean-Honorè Fragonard (5 /04/1732, Grasse, Francia – 22/08/1806, Parigi)

 

 

Donna sdraiata che legge 1939 Pablo Picasso 25 /10/1881, Malaga, Spagna 8 /04/1973, Mougins, Francia

Donna sdraiata che legge 1939
Pablo Picasso 25 /10/1881, Malaga, Spagna
8 /04/1973, Mougins, Francia

scritto da paolacon il 7 04 2017
monumento libri a Berlino

monumento libri a Berlino

scritto da paolacon il 9 03 2017

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scritto da paolacon il 9 02 2017

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scritto da paolacon il 30 12 2016

 

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Auguro un meraviglioso Capodanno a tutti
Buon 2017

Ci rivedremo appena potrò, ma per ora, per motivi che nulla hanno a che fare con Eldy, non riesco ad essere presente!
Grazie del vostro affetto e comprensione.

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vi lascio tre aforismi per pensare

Cosa posso dirvi per aiutarvi a vivere meglio in questo anno? Sorridetevi gli uni gli altri; sorridete a vostra moglie, a vostro marito, ai vostri figli, alle persone con le quali lavorate, a chi vi comanda; sorridetevi a vicenda; questo vi aiuterà a crescere nell’amore, perché il sorriso è il frutto dell’amore. (madre Teresa di Calcutta)

Il modo migliore per predire il futuro è crearlo. (Abraham Lincoln)

L’inizio è la parte più importante del lavoro. (Platone)

scritto da paolacon il 1 12 2016

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scritto da paolacon il 5 10 2016

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Orlando furioso
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A Ferrara è in corso (Palazzo Diamante) la mostra per il 500° anniversario “dell’Orlando furioso”, che si svolgerà dal 24 settembre 2016 all’8 gennaio 2017, a tal proposito Paola mi ha chiesto di parlare dell’argomento .
La mostra è ricchissima con opere di Mantegna, Giorgione, Piero di Cosimo, Andrea della Robbia, Michelangelo, Leonardo e molte curiosità sull’argomento.
Parlare di Ariosto e del suo Orlando non è cosa semplice nel ristretto spazio di un blog tematico, cito a sommi capi che si tratta dell’amore di Orlando per Angelica, della rivalità con Rinaldo, delle lotte dei paladini di Francia contro i mori e soprattutto delle fantasie che hanno anticipato tutti i “fantasy” dei nostri tempi.

Ritratto dell'Ariosto

Ritratto dell’Ariosto

Ariosto ha seguito le tracce del Boiardo con il suo “Orlando innamorato”, edito una cinquantina di anni prima, ma tutti e due hanno attinto dalle “chanson de Roland”, dalle saghe artùriane dei cavalieri della tavola rotonda, nate attorno ai primi decenni del mille. Già in quell’epoca i trovatori al seguito delle prime crociate raccontavano dei paladini di Carlo Magno, del mago Merlino e di altre mille fantastiche creature.
Nella Sicilia i Normanni francofoni portarono queste saghe ancora oggi rappresentate dai pupari ed illustrate sui famosi “carretti siciliani “.
Nell’Orlando furioso si dipanano le storie dei vari personaggi : Orlando , Rinaldo, Angelica, Bradamante , maga Melissa, mago Merlino, l’ippogrifo, la spada “durlindana” (Excalibur) , l’anello che rende invisibili (il signore degli anelli) , questi protagonisti , questi mostri e questi oggetti fanno vivere un “fantasy” ante litteram , nato soprattutto per glorificare gli estensi, allora signori di Ferrara.
Non mi posso cimentare nel riassumere il romanzo pieno di fatti che mi farebbero occupare spazi inimmaginabili per un blog tematico e per non far cogliere gli eldyani da crisi di sonno.
E’ argomento che uno se vuole può affrontare anche per vedere i parallelismi con romanzi e serie TV (es. il trono di spade) ed apprezzare la fantasia di Lodovico Ariosto.

Ruggiero cavalcando l'ippogrifo, salva Angelica dal mostro marino: dipinto dell'artista Jean Auguste Dominique Ingres, 1819, Parigi, Musée du Louvre.

Ruggiero cavalcando l’ippogrifo, salva Angelica dal mostro marino: dipinto dell’artista Jean Auguste Dominique Ingres, 1819, Parigi, Musée du Louvre.

Come dice giustamente Franco Muzzioli è impossibile riassumere un poema così complesso e ricco di personaggi come “Orlando furioso”, se siete interessati vi consiglio di leggere in wikipedia  e scoprirete un racconto fantastico pieno di colpi di scena e di avventure.
La guerra di Carlo Magno, l’amore di Orlando per la bellissima Angelica e la sua follia quando la vede innamorata di un altro, ed infine gli amori di Ruggiero e Bradamante, dai quali discenderà la casa degli Estensi, signori di Ferrara ed il Cardinale Ippolito al quale è dedicato tutto il poema. (PCA)

 

scritto da paolacon il 22 09 2016

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ESTATE ADDIO

Equinozio d’autunno

Il 22 settembre 2016 alle 16:21 ora astronomica si entrerà ufficialmente in autunno

A partire da oggi le ore di luce diminuiranno sempre più, fino ad arrivare all’apice del solstizio d’inverno, con la giornata più corta dell’anno.

Gli uomini, a parte le spiegazioni scientifiche, hanno sempre amato trovare delle ragioni di fantasia, usando la loro immaginazione e creando i miti.

L’autunno e l’inverno sono legati al mito di Persefone, chiamata così dai greci ma Proserpina dai romani.

È una bella storia

Persefone, (Proserpina per i romani), era figlia di Zeus (Giove per i romani) e di Demetra (Era o Terra). Era una giovane fanciulla, semplice e obbediente alla madre, che non la lasciava mai. Un giorno di primavera però, mentre era con le sue amiche, sotto la vigilanza di Demetra, correndo in una vallata nei pressi di Enna, in Sicilia, Persefone si perse e nonostante chiedesse aiuto nessuno riuscì a sentirla; improvvisamente la terra si aprì sotto i suoi piedi, e dal baratro che si formò uscì un carro tirato da quattro cavalli neri come la pece. Era il carro dell’oscuro dio dell’Erebo ( o Inferi), Hades (Plutone per i romani), che afferrò la fanciulla, la portò sul carro e via giù nel baratro sprofondò nell’abisso; nessuno poté sentire le urla e i pianti della fanciulla spaventata. Demetra cercò inutilmente sua figlia e quando si accorse che era sparita fu presa dall’ansia. Si mise subito a cercarla nei dintorni, nella vallata, nei boschi, con la disperazione nell’anima; quando si accorse che stava calando la notte le venne in mente di invocare Ecate, che della notte era la signora. Ecate, che aveva sentito le urla di Persefone, fu molto ambigua nella sua risposta ma le consigliò di racarsi dal Sole al cui sguardo nulla può sfuggire. Dopo un lungo si trovò al cospetto del sole che le spiegò che per volere di Zeus, Persefone era stata rapita da Hades che l’aveva portata giù nel regno tenebroso.

La statua della Dea Persefone, detta Persefone Gaia per via del suo sorriso appena accennato, si trova oggi all'Altes Museum di Berlino

La statua della Dea Persefone, detta Persefone Gaia per via del suo sorriso appena accennato, si trova oggi all’Altes Museum di Berlino

Persefone, dalla collezione nel Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria

Persefone, dalla collezione nel Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria

 

 Afflitta per la terribile notizia e arrabbiata con Zeus che aveva disposto di sua figlia senza dirle niente, Demetra si rifiutò di tornare sull’Olimpo e abbandonò il suo aspetto di dea; assunse le sembianze di una vecchia decrepita, vestita di cenci e riprese il suo lungo cammino, sperando di consumare il suo dolore, quando dalla Sicilia si ritrovò finalmente in Grecia, nell’Attica in Eleusi. Esausta si accasciò a terra, accanto a un pozzo e scoppiò a piangere.
Passava di lì una donna che ebbe pietà della vecchia e la condusse a casa sua. Era una casa molto povera, un capanna da pastore dove abitava infatti il pastore Celeo e sua moglie Metanira. Da essi erano nati due figli, Trittolemo e Demofoonte. I due pastori furono molto buoni e vicini a Demetra, che aveva raccontato della perdita della sua giovane figlia. Demetra allora riprese le sue sembianze di dea e fece innalzare un tempio e come sacerdote scelse Trittolemo al quale Demetra insegnò tutti i riti del proprio culto e dell’arte della coltivazione. Trittolemo fu il primo uomo a costruire un aratro, a lui si attribuisce infatti la diffusione dell’agricoltura.
Demetra riprese il proprio vagabondare, il suo cuore e il suo pensiero erano sempre rivolti all’amata figlia e al suo triste destino. Trovò il modo per risolvere il problema: con il semplice tocco delle sue mani rese la terra infruttuosa, tanto che gli uomini stavano morendo tutti; Zeus il dio supremo di tutti gli dei, per salvare il genere umano dovette scendere a patti. Mandò Hermes ( Mercurio per i romani) da Hades per ottenere che Persefone tornasse a rivedere la luce del sole. Il dio del regno oscuro obbedì, purché poi sua moglie potesse tornare da lui, e per maggior sicurezza di questo ritorno, fece mangiare alla sua sposa alcuni chicchi di melagrana, simbolo del matrimonio, poiché una eterna legge del Destino stabiliva che chi avesse mangiato nella casa del marito alcuni chicchi di questo frutto presto avrebbe fatto ritorno.

Persefone tornò alla luce del sole e la madre per questo evento festeggiò ricoprendo la terra di fiori e frutta. Zeus poi, per conciliare l’amore materno con le esigenze del marito, stabilì che Persefone avrebbe vissuto sei mesi con la madre e sei con Hades nell’Erebo, tanti erano i chicchi di melograno che lei aveva mangiato.
Questo mito nasconde un simbolo: Persefone che deve scendere ogni anno nel regno sotterraneo non è che la figura del seme, del chicco del grano, che viene seppellito sotto terra e vi rimane appunto un terzo dell’anno, fino a primavera, Persefone ritorna da sua madre e il grano germoglia alla luce del sole. Persefone veniva rappresentata come giovane e bella, col capo incoronato dall’edera e con una fiaccola in mano come sua madre.
raccontato da Musa e PCA
(adattamento del mito preso dal web)

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Si deve a Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 – Roma 1680) la rappresentazione scultorea di questo mito molto amato. La statua, in marmo bianco, fu commissionato dal cardinale Scipione Borghese nel 1620 e eseguita, tra il 1620 e il ’21. Ora è conservata alla Galleria Borghese a Roma.