scritto da paolacon il 24 06 2017

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Attualmente è in discussione al Senato della Repubblica la legge che viene chiamata “ius soli” cioè il diritto di cittadinanza, per nascita, in una determinata nazione.
Questo diritto, senza nessuna restrizione è applicato negli stati del Nord America e in quasi tutti gli stati del Sud America.
In Grecia, Francia, Portogallo, Irlanda, Regno Unito e Finlandia viene concessa la cittadinanza ma con differenti restrizioni.
In Italia la legge ora in discussione al Senato, prevede diverse condizioni per ottenere la cittadinanza italiana.
I bambini nati in Italia da genitori residenti da almeno 5 anni, i bambini arrivati in Italia prima del compimento del dodicesimo anno e che abbiano compiuto un ciclo scolastico con esito positivo (queste alcune delle condizioni).
Oggettivamente questi bambini si sentono italiani, parlano con l’accento del posto dove sono cresciuti e non conoscono altra realtà che quella italiana.
Del loro paese d’origine, il più delle volte non sanno nulla, non ci sono mai stati e non ne parlano neanche la lingua.
Ho chiesto a Franco Muzzioli di aiutarmi ad esaminare quest’argomento al presente molto dibattuto.(pca)

2 bambini

Franco fa subito una premessa: “A scanso di equivoci, parto dicendo che personalmente sono d’accordo con la legge”.

La “costitutio antoniana ” emanata nel 212 a.C. a Roma, diceva sommariamente che tutti gli abitanti dell’impero romano erano “cittadini romani ” (cives romani). Certamente era una legge politica, atta ad unificare l’impero, è stato comunque uno dei primi attestati dello “ius soli” (diritto del suolo).
Siamo meno aperti di 1800 anni fa , con molteplici polemiche si parla di uno “ius soli” che riguarda minori CHE SONO NATI NEL TERRITORIO NAZIONALE o che hanno frequentato le nostre scuole primarie.
Quindi non è uno “ius soli automatico” e riguarda circa 800 mila minori figli di stranieri.
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Sembrerebbe ovvio e semplicissimo , se sei nato in un luogo è giusto che tu possa essere “parte” di quel luogo.
Ma la legge, date le contestazioni razzistiche che in Italia non mancano, è più specifica:
un minore sarà italiano se nato in Italia e uno dei genitori ha il regolare permesso di soggiorno e se risiede nella Nazione da almeno 5 anni.
Inoltre, possono diventare cittadini italiani i minori stranieri nati in Italia o entrati nel paese prima del 12° anno di età, purché abbiano frequentato regolarmente almeno 5 anni di istruzione scolastica.
La frequentazione al corso di istruzione primaria deve essere coronato con la promozione.
Mi riferisco ai minori e scrivendo queste cose sinceramente mi stupisco che qualcuno possa obiettare.
Faccio presente che nei paesi occidentali solo l’ Italia non ha leggi inclusive soprattutto per i minori.
La Chiesa Cattolica a nome di Papa Francesco, che si dovrebbe ascoltare maggiormente (lo dice un laico agnostico) , si dice a favore della legge auspicandone l’attuazione.
Sarei portato ad ironizzare con i frequentatori di Chiese (luoghi e riti) o coi neo francescani (da San Francesco) che si schierano con santa coscienza contro l’italianizzazione di qualche bambino.
In Italia non si fanno figli e le nascite sono in costante decremento e gli economisti dicono che questi “nuovi italiani” potrebbero essere il sangue dell’Italia futura.
5ius-soli-italia

Se andate in una scuola elementare etnicamente mista, vi accorgete che non esistono stranieri e italiani, i minori privi delle maligne cattiverie degli adulti si considerano tutti uguali nello studio, nel gioco e nell’amicizia …impariamo da loro che sono il nostro futuro.
(Franco Muzzioli)

scritto da paolacon il 21 06 2017

Festeggiamo l’arrivo dell’estate, gioia di colori!

 

 

 

I colori dell’estate visti con gli occhi di Van Gogh, di Monet e di Cezanne.

 

Vincent Van Gogh Campo di grano

Vincent Van Gogh-Campo di grano

Monet-campo-di-papaveri-presso-GivernyCampo di papaveri presso Giverny, Claude Monet 1885;
Esposto presso il Museum of Fine Arts di Boston negli Stati Uniti

 

Cezanne – La diga di Francois Zola, 1878-1879

Cezanne – La diga di Francois Zola, 1878-1879

AUGURO UNA ESTATE SERENA PER TUTTI

 

il senso del pudore 

 
Il normale senso del pudore

Dopo “l’eros e la pornografia nell’arte” e la sottolineatura di qualcuno che ci ha stigmatizzato dicendo che abbiamo ferito “il normale senso del pudore ” con quell’articolo , era necessario parlare dell’argomento.

 Intanto che cos’è “il normale senso del pudore ?” Nell’accezione cristiano-occidentale è la difesa “dell’intimità” personale, ma la Chiesa e non solo quella Cattolica, considerando il sesso principale fonte di procreazione, afferma che quando questo esce da quell’ambito, è quasi sempre peccaminoso.
Nella Bibbia, soprattutto nella Genesi, letta non come metafora, ma come “Parola di Dio” e quindi come verità assoluta, si considerano Adamo ed Eva causa ed origine dei peccati del mondo ed inizio della vergogna delle nudità.
Quindi la “purezza” è un bene “innato” perché parte dalla originale consapevolezza dell’errore commesso: “il peccato originale”.

 

Un tempo le parti “intime” venivano chiamate “pudenda”, etimologicamente: “cose delle quali bisogna provare vergogna”.
La mentalità, soprattutto quella maschilista, usa il termine “vergogna ” per definire il sesso come protezione della coppia, perché “vedendolo”, possiamo essere indotti in tentazione.

b3 menequepis

Mi viene spontaneo chiedere perché se vediamo un bambino fare pipì in un prato sorridiamo accondiscendenti ?
Quando la nostra “intimità” diventa peccaminosa ?
O confondiamo il “rispetto verso gli altri e la buona educazione con il “peccato “?

Altra domanda, il normale senso del pudore che ho io è uguale a quello che aveva mio nonno nato nel 1889 ?
b6 mare 900 b5 al mare
(1900-2000 contrasti al mare)

Il nonno portava i mutandoni anche al mare e la nonna, se ben ricordo, oltre ai mutandoni portava anche una specie di corto sottoveste e si bagnava al massimo le caviglie.

Credo che il nonno non abbia mai visto la nonna completamente nuda e i loro figli, sono certo, non li hanno mai visti completamente svestiti.

Io faccio la doccia con mia moglie e al mare sapete come ci si veste (o ci si sveste !) , dal tanga al topless non si scandalizza più nessuno.
Mio figlio e mia figlia ci hanno visto mille volte in mutande e io ho 79 anni !!!!!!

Abbiamo perso “il normale senso del pudore” o è solamente cambiato lo stile di vita ?
b4 indios do brasil pudore

Nel mondo ci sono popoli nell’Amazzonia , nel sud dell’Asia , nell’Africa equatoriale che vivono quasi completamente nudi ed evidentemente il loro “normale senso del pudore” è diverso dal nostro.
sauna finlandese

Nei paesi nordici è normale abitudine andare in sauna nudi nella più completa promiscuità.
b1 discobolo

I greci antichi , facevano le gare olimpiche completamente nudi , eppure il periodo si è contraddistinto per essere culla della filosofia , delle arti e della democrazia.

In tutta la storia il rapporto con la nudità è stato più aperto e meno restrittivo , pensiamo agli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina dove la nudità era totale , solo nel 1564 con la Controriforma, hanno messo le “braghe ” agli splendidi corpi , tolte per fortuna negli ultimi restauri.

b2 sistina b7 braghettone

Quindi “il normale senso del pudore” E’ UNA CONVENZIONE CHE CAMBIA NEL TEMPO E VIENE MODIFICATO DALLA CULTURA E DALLA SOCIETA’ IN CUI SI VIVE.

E’ una pruderie che spesso è più nell’occhio e nella mente di chi guarda che nella nudità esposta . Il vecchio normalmente ha il “pudore” di non mostrare il degrado fisico (o al meno dovrebbe) più per un fatto estetico e di rispetto verso gli altri che per reale necessità sociale o morale, forse è proprio per questo che scattano i comportamenti “naturalmente pudici”.

Vorrei terminare con una frase/metafora di Erasmo da Rotterdam , che mi pare riassuma tutta la problematica ambigua del “normale senso del pudore”:

E’ molto più onesto essere nudi.. .che indossare abiti trasparenti“.

Modestia-e-Vanità-è-il-titolo-di-questo-quadro-allegorico-realizzato-dal-veneto-Vittorio-Emanuele-Bressanin-nel-1899

Modestia-e-Vanità-è-il-titolo-di-questo-quadro-allegorico-realizzato-dal-veneto-Vittorio-Emanuele-Bressanin-nel-1899

 Per chi fosse interessato questo video della Rai3 è pertinente
Quante-storie-258bc995-5bfc-4910-9dc2-49cea03b0e6a[1]

 

una piccola folla si accalca

una piccola folla si accalca

Robert Doisneau ***chiede un giorno all’antiquario Romi, suo amico, di permettergli di fotografare, dall’interno del suo negozio,  la reazione dei passanti alla vista di un quadro esposto. Vuole fare un esperimento.
Siamo nel 1948, il quadro in vetrina è un nudo provocante, molto spinto per l’epoca.
Rober Doisneau nasconde la macchina fotografica dietro una sedia, all’interno del negozio, in mezzo a tutte le antichità in vendita e comincia a fotografare, scattare, riavvolgere la pellicola e ricominciare: immortalando facce divertite, stupite, incuriosite, scandalizzate, ironiche, perplesse, fredde, che ostentano indifferenza o turbamento. Il risultato dell’esperimento è una serie di foto “deliziose”.

Dietro ad ogni scatto c’è una storia, un’emozione. Siamo di fronte ad un pubblico che non parla, ma dalla mimica del viso si capisce la reazione di ciascuno: è di pudore o non di pudore?


***Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1º aprile 1994) è stato un grande fotografo francese.

Una sua opera molto conosciuta è “Bacio davanti all’hotel De Ville”. Doisneau ha intitolato questa serie di foto a tema: “Le regard oblique” ( lo sguardo di sbieco)
(PCA)

lo sguardo obliquo freddodubbio  Doisneau.-Tableau-de-Wagner-dans-la-vitrine-de-la-Galerie-Romidisinteressato   apertamente ancore plus sideréeancore plus oblique+1l

siderée

Non ha parole… non riesce a capacitarsi

uno sguardo di sbieco...senza farsi notare

uno sguardo di sbieco…senza farsi notare

 

 

 

a1 

 

Eros e pornografia nell’arte
Continuo il discorso della pittura cercando di indagare sul difficile argomento dell’eros e della pornografia nell’arte. C’è una linea di separazione? Dove finisce l’eros e comincia la pornografia?

 

a10

Guardiamo intanto qual è l’etimologia dei due termini: erotismo deriva da “Eros” dio greco dell’amore e del desiderio, pornografia da “pornographos”, scrittura in merito alle prostitute.

Direi che già l’etimo fa propendere più per erotismo nell’arte, anche perché immagini come quelle dei lupanari di Pompei a2 o dei bassorilievi di Khajuraho,a3 che descrivono chiaramente atti sessuali, sono artistici dal punto di vista compositivo e i secondi nascono da riti tantrici, dove l’atto sessuale è visto come metodo per avere un contatto con il dio.

Poi diciamocelo, la sensazione del “pornos” dipende molto da chi osserva e dal senso di pudore che è dentro di noi, personalmente mi incanto davanti “all’origine del mondo” di Courbet, a11del quale posto uno splendido nudo, altri possono avere un moto di rigetto e disagio. 

Come ho detto preferisco utilizzare il termine di erotismo sessuale, la pornografia mi pare propenda per una certa volgarità voyeuristica.

L’erotismo sessuale nell’arte è antico come il mondo, lo troviamo in tutte le culture dall’Egitto, alla Cina, all’India , al Giappone, alle civiltà precolombiane, sino ai romani e a tutta la civiltà mediterranea.

Nel rinascimento Papi e Cardinali facevano a gara nell’avere collezioni di disegni e stampe erotiche, ma anche nella pittura “ufficiale ” vi era il richiamo all’eros. Prendiamo “l’amor sacro e l’amor profano” di Tiziano,a8 dove la donna nuda (probabilmente Venere), con in mano il fuoco dell’amore divino, convince la donna in sontuosi abiti all’iniziazione dei misteri dell’eros, mentre l’amorino immerge le mani nell’acqua torbida della passione.

I più noti incisori e disegnatori erotici di quel periodo sono Giulio Romano, Marcantonio Raimondi, Perin del Vaga e H.S. Beham a7.

Nel 1700 le immagini erotico-pornografiche diventano di dominio pubblico aiutate dalla stampa che ne produce in continuazione. Note sono quelle dedicate a Maria Antonietta, bellissime quelle dell’Hayez , che si ispirano graficamente alla tradizione antica. a9

Nell’1800 non c’è artista che non si sia cimentato in questa forma “d’arte” : Rodin , Toulouse Lautrec, Matisse, Modigliani, Picasso

4.nudo di Pablo Picasso primo 1900

4. nudo di Pablo Picasso primo 1900

per citare i maggiori e più prolifici.

In quell’epoca anche in Giappone nasce un arte espressionista dell’erotico , già presente comunque in epoche precedenti, ma nel 1800 coi “shungashunga11 Tsukioka Settei (attrib.), particolare di emakimonodei grandi maestri del disegno si raggiunge l’apice .

Nel 1900 quasi tutti si cimentano in questa forma d’arte , cito i più significativi Grosz, che ha messo l’espressionismo nell’eros, Balthus con il suo eros-malato o la De Lempickaa6 con gli ambigui splendidi quadri e Guttuso a5con disegni di rara passionalità.

Termino la lacunosissima elencazione citando il maggior fumettista e disegnatore erotico Milo Manara, a4del quale posto un disegno.

L’avventurosa ricerca in internet mi ha svelato un mondo ricchissimo che è appunto quello dell’arte erotica e pornografica, per ovvie ragioni, rispettando la sensibilità degli altri, pubblico solo immagini che non dovrebbero turbare più di tanto, ma chi volesse cimentarsi in ricerche più ampie sappia che ogni grande artista ha percorso questo cammino e che in internet si trova tutto…o quasi !

scritto da paolacon il 14 05 2017
Giovanni Segantini "Le due madri" 1889 - Milano Galleria d'Arte Moderna

Giovanni Segantini “Le due madri” 1889 – Milano Galleria d’Arte Moderna

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Abbiamo riaccompagnato la mamma a casa, siamo stati tutti a pranzo con lei, regalini, fiori, dolci, bigliettini allegri e tanti tanti baci e promesse. I piccoli le hanno regalato dei disegni e dei lavoretti che avevano fatto a scuola.

La giornata è finita e ci sentiamo contenti tutti un po’, tristi un po’, come ogni volta che si compie un rito.
Abbiamo organizzato tutto con cura e pensiamo di aver fatto le cose per bene.
Ma la festeggiata è stata davvero contenta? Abbiamo fatto delle promesse, le manterremo?
Quello di cui ha bisogno una mamma, non è una festa grande, ma un affetto e un’attenzione costante, con semplicità e dedizione. Una piccola telefonata spesso: “Come stai mamma? Che ti serve? Oggi passo cinque minuti, ma sono tutti per te”

Ecco: mantenere questa promessa è una prerogativa assai importante, altrimenti una festa come quella di oggi non ha senso.

Van Gogh Madre

Van Gogh Madre

 Ma quando e perché ha avuto origine questa ricorrenza?

Il giorno della Mamma si celebra, in gran parte del mondo, la seconda domenica di maggio. Questa festa tanto amata, ha origini antiche che risalgono al culto della fertilità e della maternità, ma si deve a Ann Reeves Jarvis ed a sua figlia Anna, due pacifiste americane, la sua ideazione come viene intesa attualmente. Ma fu concepita come un evento niente affatto commerciale.

Anna-Jarvis

Anna-Jarvis

Leggo sul web che “Dopo la Guerra civile americana (1865), Ann Reeves Jarvis aveva iniziato a organizzare delle specie di feste della mamma, picnic e altri eventi per promuovere l’amicizia tra le madri che appartenevano a schieramenti che erano stati nemici negli anni della guerra tra Nordisti e Sudisti.”  
Più tardi, il 10 maggio 1908, anche sua figlia Anna organizzò, in diverse città degli Stati Uniti, “il giorno della madre” che venne poi ufficializzato nel 1914 dal presidente Woodrow Wilson adottando la data della seconda domenica di maggio. In Italia e in molti paesi occidentali è una festa a partire dalla fine degli anni 50.

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Bisogna dire che purtroppo col tempo ha cambiato carattere ed è diventata una manifestazione troppo commerciale; non dimentichiamoci mai che il tempo passato con la propria madre, anche senza regali è mille volte più importante ed apprezzato.

agnieszka sandomierz La mamma

Agnieszka Sandomierz La mamma

 

Franco Muzzioli desidera che siano postati questi quadri di epoche diverse, per mostrare come si è evoluto il nudo (profano) femminile nei secoli, pur mantenendo una notevole carica erotica.

Che ve ne pare?

 

La fornarina di Raffaello 1518

La fornarina di Raffaello 1518

2.l'odalisca di Boucher 1751

 l’odalisca di Boucher 1751

3.nudo sdraiato di Modigliani 1917

nudo sdraiato di Modigliani 1917

4.nudo di Pablo Picasso primo 1900

nudo di Pablo Picasso primo 1900

5.nudi di Guttuso metà 1900

 nudi di Guttuso metà 1900

6.nudo di Rossati fine 1900

 nudo di Rossati fine 1900

 

scritto da paolacon il 27 04 2017

 ultimo viene il corvo

Italo Calvino Ultimo viene il corvo

 

Anche se il 25 aprile è passato  mi piace presentarvi un racconto ambientato durante la resistenza italiana al nazismo.

L’autore è Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985)  partigiano e scrittore tra i più importanti narratori del secolo XX.

In questo racconto (da “I racconti”  Ed.Einaudi, Torino, 1949), troviamo molti degli elementi della scrittura di Calvino: l’ironia, il grottesco, il dramma e la favola.

Infatti lo scrittore ci presenta spesso la realtà sotto forma di mito o di fiaba.

In particolare qui affiora l’aspetto disumano della guerra che insegna ad un ragazzino, senza nemmeno un nome, ma “con la faccia a mela”, ad essere crudele, a sparare quasi per gioco ed a sentirsi invincibile, perché è ammesso al mondo degli adulti ed ha in mano un fucile.

Buona lettura! Buona discussione!

 

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ultimo viene il corvo2
Ultimo viene il corvo

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La corrente era una rete di increspature leggere e trasparenti, con in mezzo l’acqua che andava. Ogni tanto c’era come un battere d’ali d’argento a fior d’acqua: il lampeggiare del dorso di una trota che riaffondava subito a zig-zag. «C’è pieno di trote» disse uno degli uomini. «Se buttiamo dentro una bomba vengono tutte a galla a pancia all’aria» disse l’altro; si levò una bomba dalla cintura e cominciò a svitare il fondello . Allora s’avanzò il ragazzo che li stava a guardare, un ragazzotto montanaro, con la faccia a mela. «Mi dài» disse e prese il fucile a uno di quegli uomini. «Cosa vuole questo?» disse l’uomo e voleva togliergli il fucile. Ma il ragazzo puntava l’arma sull’acqua come cercando un bersaglio. «Se spari in acqua spaventi i pesci e nient’altro», voleva dire l’uomo ma non finì neanche. Era affiorata una trota, con un guizzo, e il ragazzo le aveva sparato una botta addosso, come l’aspettasse proprio lì. Ora la trota galleggiava con la pancia bianca. «Cribbio » dissero gli uomini. Il ragazzo ricaricò l’arma e la girò intorno. L’aria era tersa e tesa: si distinguevano gli aghi sui pini dell’altra riva e la rete d’acqua della corrente. Una increspatura saettò alla superficie: un’altra trota. Sparò: ora galleggiava morta. Gli uomini guardavano un po’ la trota un po’ lui. «Questo spara bene» dissero. Il ragazzo muoveva ancora la bocca del fucile in aria. Era strano, a pensarci, essere circondati così d’aria, separati da metri d’aria dalle altre cose. Se puntava il fucile invece, l’aria era una linea diritta ed invisibile, tesa dalla bocca del fucile alla cosa, al falchetto che si muoveva nel cielo con le ali che sembravano ferme. A schiacciare il grilletto l’aria restava come prima trasparente e vuota, ma lassù all’altro capo della linea il falchetto chiudeva le ali e cadeva come una pietra. Dall’otturatore aperto usciva un buon odore di polvere. Si fece dare altre cartucce. Erano in tanti ormai a guardarlo, dietro di lui in riva al fiumicello. Le pigne in cima agli alberi dell’altra riva perché si vedevano e non si potevano toccare? Perché quella distanza vuota tra lui e le cose? Perché le pigne che erano una cosa con lui, nei suoi occhi, erano invece là, distanti? Però se puntava il fucile la distanza vuota si capiva che era un trucco; lui toccava il grilletto e nello stesso momento la pigna cascava, troncata al picciòlo. Era un senso di vuoto come una carezza: quel vuoto della canna del fucile che continuava attraverso l’aria e si riempiva con lo sparo, fin laggiù alla pigna, allo scoiattolo, alla pietra bianca, al fiore di papavero. «Questo non ne sbaglia una» dicevano gli uomini e nessuno aveva il coraggio di ridere. «Tu vieni con noi» disse il capo. «E voi mi date il fucile» rispose il ragazzo. «Ben. Si sa.» Andò con loro. Partì con un tascapane pieno di mele e due forme di cacio. Il paese era una macchia d’ardesia paglia e sterco vaccino in fondo alla valle. Andare via era bello perché a ogni svolta si vedevano cose nuove, alberi con pigne, uccelli che volavano dai rami, licheni sulle pietre, tutte cose nel raggio delle distanze finte, delle distanze che lo sparo riempiva inghiottendo l’aria in mezzo. Non si poteva sparare però, glielo dissero: erano posti da passarci in silenzio e le cartucce servivano per la guerra. Ma a un certo punto un leprotto spaventato dai passi traversò il sentiero in mezzo al loro urlare e armeggiare. Stava già per scomparire nei cespugli quando lo fermò una botta del ragazzo. «Buon colpo» disse anche il capo «però qui non siamo a caccia. Vedessi anche un fagiano non devi più sparare.» Non era passata un’ora che nella fila si sentirono altri spari. «È il ragazzo di nuovo!» s’infuriò il capo e andò a raggiungerlo. Lui rideva, con la sua faccia bianca e rossa, a mela. «Pernici» disse, mostrandole. Se n’era alzato un volo da una siepe. «Pernici o grilli, te l’avevo detto. Dammi il fucile. E se mi fai imbestialire ancora torni al paese.» Il ragazzo fece un po’ il broncio; a camminare disarmato non c’era gusto, ma finché era con loro poteva sperare di riavere il fucile. La notte dormirono in una baita da pastori. Il ragazzo si svegliò appena il cielo schiariva, mentre gli altri dormivano. Prese il loro fucile più bello, riempì il tascapane di caricatori e uscì. C’era un’aria timida e tersa, da mattina presto. Poco discosto dal casolare c’era un gelso. Era l’ora in cui arrivavano le ghiandaie. Eccone una: sparò, corse a raccoglierla e la mise nel tascapane. Senza muoversi dal punto dove l’aveva raccolta cercò un altro bersaglio: un ghiro! Spaventato dallo sparo, correva a rintanarsi in cima ad un castagno. Morto era un grosso topo con la coda grigia che perdeva ciuffi di pelo a toccarla. Da sotto il castagno vide, in un prato più basso, un fungo, rosso coi punti bianchi, velenoso. Lo sbriciolò con una fucilata, poi andò a vedere se proprio l’aveva preso. Era un bel gioco andare così da un bersaglio all’altro: forse si poteva fare il giro del mondo. Vide una grossa lumaca su una pietra, mirò il guscio e raggiunto il luogo non vide che la pietra scheggiata, e un po’ di bava iridata. Così s’era allontanato dalla baita, giù per prati sconosciuti. Dalla pietra vide una lucertola su un muro, dal muro una pozzanghera e una rana, dalla pozzanghera un cartello sulla strada, bersaglio facile. Dal cartello si vedeva la strada che faceva zig-zag e sotto: sotto c’erano degli uomini in divisa che avanzavano ad armi spianate. All’apparire del ragazzo col fucile che sorrideva con quella faccia bianca e rossa, a mela, gridarono e gli puntarono le armi addosso. Ma il ragazzo aveva già visto dei bottoni d’oro sul petto di uno di quelli e fatto fuoco mirando a un bottone. Sentì l’urlo dell’uomo e gli spari a raffiche o isolati che gli fischiavano sopra la testa: era già steso a terra dietro un mucchio di pietrame sul ciglio della strada, in angolo morto. Poteva anche muoversi, perché il mucchio era lungo, far capolino da una parte inaspettata, vedere i lampi alla bocca delle armi dei soldati, il grigio e il lustro delle loro divise, tirare a un gallone, a una mostrina. Poi a terra e lesto a strisciare da un’altra parte a far fuoco. Dopo un po’ sentì raffiche alle sue spalle, ma che lo sopravanzavano e colpivano i soldati: erano i compagni che venivano di rinforzo coi mitragliatori. «Se il ragazzo non ci svegliava coi suoi spari» dicevano. Il ragazzo, coperto dal tiro dei compagni, poteva mirare meglio. Ad un tratto il proiettile gli sfiorò una guancia. Si voltò: un soldato aveva raggiunto la strada sopra di lui. Si buttò in una cunetta, al riparo, ma intanto aveva fatto fuoco e colpito non il soldato ma di striscio il fucile, alla cassa. Sentì che il soldato non riusciva a ricaricare il fucile, e lo buttava a terra. Allora il ragazzo sbucò e sparò sul soldato che se la dava a gambe: gli fece saltare una spallina. L’inseguì. Il soldato ora spariva nel bosco ora riappariva a tiro. Gli bruciò il cocuzzolo dell’elmo, poi un passante della cintura. Intanto inseguendosi erano arrivati in una valletta sconosciuta, dove non si sentiva più il rumore della battaglia. A un certo punto il soldato non trovò più bosco davanti a sé, ma una radura, con intorno dirupi fitti di cespugli. Ma il ragazzo stava già per uscire dal bosco: in mezzo alla radura c’era una grossa pietra; il soldato fece appena in tempo a rimpiattarcisi dietro, rannicchiato con la testa tra i ginocchi. Là per ora si sentiva al sicuro: aveva delle bombe a mano con sé e il ragazzo non poteva avvicinarglisi ma solo fargli la guardia a tiro di fucile, che non scappasse. Certo, se avesse potuto con un salto raggiungere i cespugli, sarebbe stato sicuro, scivolando per il pendio fitto. Ma c’era quel tratto nudo da traversare: fin quando sarebbe rimasto lì il ragazzo? E non avrebbe mai smesso di tenere l’arma puntata? Il soldato decise di fare una prova: mise l’elmo sulla punta della baionetta e gli fece far capolino fuori dalla pietra. Uno sparo, e l’elmo rotolò per terra, sforacchiato. Il soldato non si perse d’animo; certo mirare lì intorno alla pietra era facile, ma se lui si muoveva rapidamente sarebbe stato impossibile prenderlo. In quella un uccello traversò il cielo veloce, forse un galletto di marzo. Uno sparo e cadde. Il soldato si asciugò il sudore dal collo. Passò un altro uccello, una tordella: cadde anche quello. Il soldato inghiottiva saliva. Doveva essere un posto di passo, quello: continuavano a volare uccelli, tutti diversi e quel ragazzo a sparare e farli cadere. Al soldato venne un’idea: «Se lui sta attento agli uccelli non sta attento a me. Appena tira io mi butto». Ma forse prima era meglio fare una prova. Raccattò l’elmo e lo tenne pronto in cima alla baionetta. Passarono due uccelli insieme, stavolta: beccaccini. Al soldato rincresceva sprecare un’occasione così bella per la prova, ma non si azzardava ancora. Il ragazzo tirò a un beccaccino, allora il soldato sporse l’elmo, sentì lo sparo e vide l’elmo saltare in aria. Ora il soldato sentiva un sapore di piombo in bocca; s’accorse appena che anche l’altro uccello cadeva a un nuovo sparo. Pure non doveva fare gesti precipitosi: era sicuro dietro quel masso, con le sue bombe a mano. E perché non provava a raggiungere il ragazzo con una bomba, pur stando nascosto? Si sdraiò schiena a terra, allungò il braccio dietro a sé, badando a non scoprirsi, radunò le forze e lanciò la bomba. Un bel tiro; sarebbe andata lontano; però a metà della parabola una fucilata la fece esplodere in aria. Il soldato si buttò faccia a terra perché non gli arrivassero schegge. Quando rialzò il capo era venuto il corvo. C’era nel cielo sopra di lui un uccello che volava a giri lenti, un corvo forse. Adesso certo il ragazzo gli avrebbe sparato. Ma lo sparo tardava a farsi sentire. Forse il corvo era troppo alto? Eppure ne aveva colpito di più alti e veloci. Alla fine una fucilata: adesso il corvo sarebbe caduto, no, continuava a girare lento, impassibile. Cadde una pigna, invece, da un pino lì vicino. Si metteva a tirare alle pigne, adesso? A una a una colpiva le pigne che cascavano con una botta secca. A ogni sparo il soldato guardava il corvo: cadeva? No, l’uccello nero girava sempre più basso sopra di lui. Possibile che il ragazzo non lo vedesse? Forse il corvo non esisteva, era una sua allucinazione. Forse chi sta per morire vede passare tutti gli uccelli: quando vede il corvo vuol dire che è l’ora. Pure, bisognava avvertire il ragazzo che continuava a sparare alle pigne. Allora il soldato si alzò in piedi e indicando l’uccello nero col dito. «Là c’è il corvo!» gridò, nella sua lingua. Il proiettile lo prese giusto in mezzo a un’aquila ad ali spiegate che aveva ricamata sulla giubba. Il corvo s’abbassava lentamente, a giri.

ultimo viene il corvo3

 

Renato Guttuso Gott mit uns

Renato Guttuso Gott mit uns

 

25 Aprile ricordiamolo con alcuni libri scritti su questo argomento; è possibile che  li abbiate letti o forse vi verrà voglia di leggerli.

 

agnese va a morire


Il romanzo probabilmente autobiografico L’Agnese va a morire di Renata Viganò.

La scrittrice con il marito fu partigiana nella resistenza italiana.

Il racconto si svolge nelle Valli di Comacchio gli otto mesi che precedono la liberazione dell’Italia. Agnese è una lavandaia di mezz’età che, dopo la morte del marito deportato, prende coscienza politica e collabora con i partigiani rendendosi utile come staffetta.

La casa in collina

Tra il 1947 e il 1948 Cesare Pavese scrisse La casa in collina un romanzo che descrive molto bene la situazione di un professore torinese sfollato sulle colline piemontesi: la sensazione di paura, sconforto ed anche vigliaccheria che fanno di lui solo un osservatore.

Il partigiano Johnny

Beppe Fenoglio è l’autore di uno dei più importanti romanzi della Resistenza e del Novecento italiano: Il partigiano Johnny. Pubblicato da Einaudi nel 1968. Johnny è come un calco dello scrittore stesso, dato che la maggior parte degli avvenimenti l’autore li visse realmente, in prima persona.

La ragazza di Bube

Carlo Cassola, scrivendo nel 1960 La ragazza di Bube, sotto forma di romanzo d’amore, affronta buona parte dei problemi politici e sociali dell’immediato dopoguerra, mettendo a nudo, con crudezza la sete di vendetta di quel periodo.

Uomini e no

Uomini e no di Elio Vittorini è forse il primo romanzo della resistenza, scritto nel 1944, totalmente coinvolto nelle vicende descritte, data la contemporaneità con i fatti.

Il sangue dei vinti

Il sangue dei vinti è un saggio storico scritto da Giampaolo Pansa.

Il libro racconta delle esecuzioni e dei crimini compiuti da partigiani e da altri individui dopo il 25 aprile 1945, a Liberazione ormai compiuta, verso fascisti e presunti tali o antifascisti non comunisti. La tesi centrale del libro è che tra i giustiziati e le vittime vi furono persone responsabili di crimini sia militari che civili, ma anche persone che, pur legate al fascismo, non avevano compiuto direttamente atti criminosi. Secondo tale tesi, tra le esecuzioni sommarie di quei giorni vi sarebbero stati anche diversi omicidi di partigiani non comunisti e di giornalisti uccisi in quanto avevano denunciato le vessazioni e le violenze operate nel cosiddetto “triangolo della morte”. Le tesi di Pansa, presentate in questo libro e ulteriormente sviluppate in altri due successivi, hanno sollevato notevoli critiche. (wiki)

scritto da paolacon il 21 04 2017

21 aprile 753 a.c. – 21 aprile 2017

Roma, 21 aprile, una giornata radiosa.
La tradizione ci racconta di Romolo e Remo e della Lupa e della fondazione di Roma che fu fatta in questo giorno, 2770 anni fa.

Quasi tre millenni trascorsi da quell’aprile… quando, secondo la leggenda, i discendenti di Enea fecero un solco con l’aratro vicino al fiume Tevere.
Da quel solco la città eterna.

Alme sol, possis nihil urbe Roma visere maius” Così cantava Orazio.

La grande popolarità di Roma è dovuta al fatto di essere stata, nel corso della sua esistenza, la capitale dell’Impero romano e il cuore della cristianità cattolica.
Tutta la città è una sovrapposizione di testimonianze che risalgono all’epoca romana, medievale, rinascimentale, barocca e… ancora ottocento e novecento.
Ma questa Roma la conoscono tutti, fiumi d’inchiostro sono stati versati per descriverla.

Quel che si vede dalla serratura del portone dei Cavalieri di Malta, all’Aventino

 

Faccio una passeggiata nei posti che amo di più, rivisito quegli angoletti che si incontrano allontanandosi dal caos del traffico cittadino e dal rumore di una città che pulsa, come tutte le capitali del mondo. Voglio trascorrere una giornata nella mia città, calmamente.

Oggi è il suo compleanno. Le voglio fare gli auguri!


Salgo sull’Aventino, sfiorando muretti ocra carichi di grappoli di glicine profumato e, una volta arrivata in cima, entro nel “giardino degli aranci” godendomi la vista meravigliosa, circondata da alberi carichi di frutti, ma al tempo stesso con i fiori pronti a sbocciare e si percepisce il loro profumo delicato.

CHE VISTA!
Mi sono affacciata, guardando il fiume che scorre sonnolento in questa luce dorata e di fronte a me il Gianicolo.

 

Panorama dal giardino degli aranci (per visionare tutta la foto, fare scorrere verso destra la colonna di conversazione)


C’è una luce strana… a Roma c’è sempre una luce strana che esalta il colore giallo rosato degli edifici e si mescola con il marmo e con il travertino delle chiese.
Scendo poi per una stretta strada, con i muri ricoperti di verdura, passando davanti al roseto e camminando camminando mi ritrovo al Portico di Ottavia in Ghetto.
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Palazzi, stretti vicoli, ombre, un odore di muffa e poi, improvvisamente, dopo aver percorso via della Reginella, sono in piazza Mattei, una piccola piazza, con un gioiello di fontana, di fronte a un palazzo signorile: è “la fontana delle tartarughe” ed anche qui aleggia un’altra delle tante leggende romane, che ricorda una bella storia d’amore: si dice che questo gioiello sia stato costruito in una notte, per fare un regalo all’amata che viveva in quel palazzo.

Un bel gattone rosso e sornione, ha fatto capolino dietro una colonna, poi ne sono arrivati altri tre e sono loro che si muovono da padroni incontestati nel vicolo.
Camminando ancora un po’, mi soffermo all’inizio di ponte Garibaldi, per uno sguardo d’insieme e un saluto alla città e alle sue cupole e alla sua aria molle che ce la fa sempre ritrovare lì, immutata nei secoli, nonostante le dominazioni e le razzie di ieri e di oggi.

Un’occhiata in piazza di Spagna, con la scalinata ricoperta in questo periodo dalle tradizionali azalee, è doveroso darla. 

È  piena di turisti e quasi non si può circolare.



Poi , attraverso il fiume e percorrendo il lungotevere Sanzio, ho voglia di andare a piazza Trilussa, sedermi un po’ sui gradini davanti al “fontanone” e rivedere il monumento a Trilussa e la sua scritta che sembra tanto attuale…

 

Buon compleanno Roma, città “Eterna” tanto amata e tanto bistratta, ma che continui ad affascinare tutti noi e moltitudini di turisti.

 

scritto da paolacon il 19 04 2017

 

 

Alexander Calder

Alexander Calder questa opera si trova al museo di arte moderna di San Francisco California.

Opera del grande scultore Alexander Calder

 

Alexander Calder (Philadelphia, 22 luglio 1898 – New York, 11 novembre 1976) è stato uno scultore statunitense.

È famoso per l’invenzione di grandi sculture di arte cinetica chiamate “mobile”.

Oltre alle opere di scultura, mobile e stabile, Alexander Calder si dedicò anche alla pittura, alle litografie e alla progettazione di giocattoli, arazzi e tappeti e gioielli.
(Wiki)

 

 

scritto da paolacon il 17 04 2017

 

 

Henri-Matisse-Femme-au-Chapeau-1905

Henri-Matisse-Femme-au-Chapeau-1905

scritto da paolacon il 15 04 2017
Alexander Deineka, Lettrice, 1934

Alexander Deineka, Lettrice, 1934

 C’è ancora tanto da dire sulle donne e la lettura, le donne e “il permesso di leggere”…
Riprenderemo il discorso, magari scambiandoci consigli su letture fatte e autrici note e meno note che hanno suscitato il nostro interesse, ci hanno fatto sognare, ci hanno arricchito.
Ne riparleremo.

Ma voglio raccontarvi una piccola storia, purtroppo realmente accaduta.

Una donna che lavorava in fabbrica, aveva bisogno di guadagnare di più e, poiché faceva dei turni serali, decise di fare alcune ore di pulizie durante il giorno, presso una famiglia. Si trovò piuttosto bene e l’attività non era particolarmente faticosa.
Era contenta perché la rispettavano e l’avevano accolta bene. Si stabilì tra lei e “la signora” un poco di confidenza, quasi una timida amicizia. La donna lavorava volentieri e serenamente.
Un giorno “la signora” uscendo, le disse che aspettava una telefonata importante, ma doveva assolutamente assentarsi, per cui le chiese di rispondere al telefono e di annotare su un foglio quello che le avrebbero detto.
Il telefono puntualmente squillò, ma la donna non rispose e non rispose nemmeno la seconda e terza volta che il telefono suonò. Quando “la signora” tornò a casa e chiese della telefonata, la donna disse che non ce n’era stata alcuna.
Alcuni giorni dopo le fu chiesto nuovamente di notare su un taccuino chi aveva telefonato ed a che ora ed il motivo della chiamata. Ma ancora una volta la donna negò di aver sentito l’apparecchio squillare.
Per qualche tempo non se ne parlò più; infine una sera “la signora” chiamò la donna in salotto, mostrando di essere piuttosto alterata. Chiese spiegazioni in modo abbastanza brusco e minacciò di licenziarla.
<Perché non ha risposto al telefono Maria?, perché non ha notato le chiamate su un taccuino come le avevo chiesto? Perché farmi un dispetto simile?>
Maria scoppiò in lacrime, non sapeva scrivere e non voleva esporre la sua vergogna: era totalmente analfabeta. Nella fabbrica dove lavorava le avevano proposto di seguire un corso di alfabetizzazione, insegnavano a leggere e a scrivere, gratuitamente; ma suo marito le aveva proibito di partecipare, perché lui non poteva accettare che sua moglie gli fosse superiore: infatti anche lui a malapena sapeva scrivere il suo nome.
Era il 1998.

scritto da Paola.rm il 14 04 2017

Domani è il giorno della Resurrezione, cerchiamo di risorgere anche noi e di cominciare ad amarci e rispettarci a vicenda, ogni popolo, ogni razza, ogni essere umano su questa Terra.
Serena Pasqua per tutti.

auguri-buona-pasqua

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

scritto da paolacon il 9 04 2017

 

 

Due ritratti di donna di epoca tanto diversa,

due donne unite da un interesse comune: la lettura  

La lettrice 1776 Jean-Honorè Fragonard (5 /04/1732, Grasse, Francia - 22/08/1806, Parigi)

La lettrice 1776
Jean-Honorè Fragonard (5 /04/1732, Grasse, Francia – 22/08/1806, Parigi)

 

 

Donna sdraiata che legge 1939 Pablo Picasso 25 /10/1881, Malaga, Spagna 8 /04/1973, Mougins, Francia

Donna sdraiata che legge 1939
Pablo Picasso 25 /10/1881, Malaga, Spagna
8 /04/1973, Mougins, Francia