La sala d’attesa della fermata dell’autobus nei pressi di casa mia è diversa dalle altre sale d’attesa.
Le sale d’attesa oggi sono moderne, luminose, trasparenti. Hanno un design accattivante con linee semplici, essenziali.
Le sale d’attesa di oggi non sono affatto ospitali: giusto il tempo necessario a che arrivi il mezzo.
Forse per far notare  che li c’è la fermata.
Nelle sale d’attesa una  volta trovavano riparo i barboni: un cartone a terra, un cartone addosso
come coperta, una borsa con tutti i loro averi…..
Nella sala d’attesa nei pressi di casa mia i barboni ci dormono  ancora.
Dormono in terra come  sempre, dormono con l’odore di colla colata dal pennello di un attacchino frettoloso che ha appena affisso il manifesto che avvisa dell’arrivo del  circo.
Dormono tra frasi d’amore scritte col pennarello sulle pareti da ragazzi che saranno  subito uomini
senza sapere il perchè.
Sono fortunati quei barboni: quel tetto è solido, le pareti sono solide. Non c’è la porta: non ci sono  sale d’attesa di autobus con la porta!
Quella non è nata sala d’attesa: era altro.
Quella sala d’attesa una volta erano i……… “trœggi” (i trogoli).
I trogoli, i lavatoi pubblici, il posto dove le donne andavano a lavare i panni. Tutte assieme.
Si sentiva l’odore del sapone in lontanza e il loro canto che era più per celare la fatica che per  allegria,
dava un senso di vita che credevo aver dimenticato.
L’acqua correva continua, fresca, limpida, d’inverno gelata. Non c’era il rubinetto.
Il troglolo aveva sei vasche: tre davanti e tre dietro divise in due vasche più piccole ognuna.
Nella seconda delle due vasche si metteva un tappo nello scarico, la si lasciava riempire e quando era piena vi si ci mettevano i panni ” a mollo”, mentre nella prima l’acqua era sempre  corrente e veniva usata
per i risciacqui.
Lenzuola, asciugamani, biancheria intima, pannolini dei bambini, fasce…… tutto si lavava li,
anche i “mandilli da naso”, anche i “scapin bœggê” (i calzini bucati), senza vergogne.
Le “bügaixe” ( lavandaie) tornavano a casa con i loro pesanti mastelli pieni  di roba bagnata ancora odorante di sapone che rendeva le lenzuola ruvide come la carta gialla del macellaio.
Sovente i trogoli erano vere opere d’arte; a Genova sono famosi i “trogoli di Santa Brigida” restaurati recentemente nascosti in una piazzetta del centro storico.
Con l’avvento della modernità, purtroppo, molti di  questi “monumenti” sono spariti per far posto alle auto.
Dietro la sala d’attesa dell’autobus nei pressi di casa mia, nascosti da un orrendo muro di cemento,
giacciono dimenticati, i vecchi trogoli, luogo di incontri, fatica, canti e…… ricordi!

Avete altri ricordi di quel periodo da condividere? Parliamone…


Per chi  volesse  curiosare e approfondire:
http://www.placidasignora.com/2007/08/06/quando-non-cera-la-lavatrice/


lavandaie-migliori-1956

Santa Brigida


12 Commenti a ““i trœggi” scritto da Alfred”

  1. nikodireggio scrive:

    Che dir commenti
    anche al mio paese si lavava in piazza e si chiacchierava e tante volte si prendeva anche l’acqua nel pozzo.
    piu o meno le storie delle persone umili ci accomunano. molto iteressante quello che dice guglielmo: restiamo infastiditi dei poveri è piu facile parlare che mettersi in gioco
    ripeto no all’indifferenza

  2. alfred-lollis scrive:

    Il bello scritto di Guglilemo e i successivi mi hanno spinto ad approffondire l’argomento avendomi fatto ricordare cose scordate completamente e scoprirne di nuove che mi pare simpatico portare a conoscenza di chi ancora come me ne fossero stati all’oscuro.
    Per iniziare abbiamo detto che la lavandaia era un mestiere durissimo: riservato alle classi più povere e di conseguenza le meno istruite per cui la dialettica e la diplomazia non erano certo il loro punto di forza.
    Il fiume si offriva l’acqua ma non le comodità: quelle ce le si dovevano costruire.
    Trovare un ansa dove l’acqua fosse sufficientemente e non eccessivamente fonda, con non troppa ma non poca corrente, che non fosse a ridosso o sotto ad un altra lavandaia ( il suo risciacquio avrebbe intorbito la tua acqua).Cercare una pietra sufficientemente grande e liscia sulla quale “sbattere”i panni.
    Era il fiume, il torrente, il ruscello, ……il trogolo. Era pubblico. Non aveva proprietari. Nessuno aveva diritti ma era inevitabile la lite, la discussione su chi è arrivato prima o chi avesse diritto quella postazione migliore di un’altra.
    Questo spesso portava ad animate discussioni tra popolane che difendevano le loro ragioni con coloratissimi epiteti rivolti alle contendenti e da cui è rimasto il detto in uso ancor oggi.
    Al riguardo ho trovato in rete nel corso della mia ricerca una cosa che mi è parsa simpatica e della quale mi piace renderne partecipi gli amici di Eldy che come me ancora non la conoscessero:

    Come molti sanno, un tempo erano famose le liti fra lavandaie: i piu’ anziani ricorderanno che a Civita si raccontava una storia di due donne che in un lavatoio pubblico, incominciarono a liticagare di brutto. La figlia di una di queste, presente al fatto, vedendo che la madre stava soccombendo rivoltasi alla stessa gli grido ‘: ” A MA, DIJE PUTTANA PRIMA CHE TO DICE ESSA “.
    Matrigna: Fermi tutti! Un momento! La pianella l’ha persa proprio mia figlia!
    Soldato: Ohhhhhh!!! Non interrompete! Se la pianella volete provare, sedetevi!! E insieme alle altre, aspettate!
    Matrigna: Ehh! E non ti incazzare!! Siediti, a mammà, perché la pianella l’hai persa pro-prio tu! Eh!
    Lavandaia: (rivolgendosi alla propria figlia) Hai sentito a mammà? Siediti, perché la pianella l’hai persa pro-prio tu!
    Figlia: Mammà, quella sfotte!
    Matrigna: Chi, a mammà?
    Figlia: Quella, vedi?
    Lavandaia: Non è vero!
    Figlia: E sei anche bugiarda!
    Lavandaia: Uééééé! Peperenèlla!! (è una peperina, che di solito attizza il fuoco, cioè provoca le liti) Bada a come parli! Altrimenti la pianella te la faccio entrare per la bocca!
    Banditore: (traduce per i suoi compagni stranieri) In bocca!!
    Figlia: A meeee??!
    Lavandaia: Sì, a te!
    Figlia: Vaiassa!! (era una donna addetta a servire in casa altrui perché di umili condizioni sociali, era sinonimo di serva, ma era usato in modo sprezzante, come un insulto)
    Lavandaia: (Dici) questo a me??!
    Figlia: Eh! Questo a te….
    Banditore: ….questo al figlio del re!
    Figlia: Hai ragione che non mi posso abbassare con te….che sei una lavandaia!!
    Lavandaia: Avanzo di castagna lessa! Non ti permettere sai?
    Matrigna: “Avanzo di castagna lessa” a mia figlia!?
    Lavandaia: Eh…
    Matrigna: Misura la bilancia, perché sennò ti insegno io la creanza!
    Lavandaia: Guardate chi parla di creanza! Questa janàra!( vuol dire strega, ma è detto anche di donna di modi scontrosi, irascibile)
    Figlia: Siediti, tu, sfelènzia! (stracciona, morta di fame)
    Lavandaia: Scimmia! Rosica cucchiai!
    Matrigna: A te e queste caiòtole! ( donne di bassa lega, pettegole) (rivolgendosi alla figlia) Ehehe, ho detto bene a mammà?
    Lavandaia: Uhmmmm! Come hai detto??!
    Banditore: Ha detto caiòtole, proprio così!
    Sold. Spagnolo: Caiòtolas?
    2° Soldato: Sì, caiòtolas…..
    Matrigna: (acccennando al soldato)E come è contento, eh? Com’è bello…!
    Lavandaia: Uééé! E vieni qua! Che più non mi trattengo e ti ficco dentro la tinozza, a te e questa pirchipétola! (donnicciola pettegola e volgare)
    Figlia: (inviperita)Mmhhm! Pirchipétola….a me??!
    Lavandaia: Sì!!
    Figlia: Uhhh…Cacatrònole!! (Scorreggiona)
    Matrigna: Come le dici bene a mammà!
    Lavandaia: Uhhhh! Come hai detto??!
    Banditore: Ha detto cacatrònole, ho sentito bene…
    Lavandaia: Ehi, ragazzo, ma tu stai sempre dietro a me?! E va cammina, va!!
    Soldato spagnolo: (divertito) Cacatrònolas?? Cacatrònolas!!
    Lavandaia: Eh, cacatrònolas! (alla figlia della matrigna di Cenerentola) Culumbrina!! Se metto le mani su queste zervole (ciuffi, ciocche di capelli) , ti faccio lo strascino (ti trascino per tutto il palcoscenico, ehehehe!!)! E poi fai venire tua madre, che ti fa tanti viérvole e tanti vruòccole (che ti fa tante acconciature e tanti boccoli) , e sentirai che peso hanno questi zoccoli!!!
    Matrigna: A chi fai provare zoccoli?!
    Lavandaia: A te!
    Altre due lavandaie: Uh Maronna!
    Matrigna: (Ride sardonica)Ehehehehehe!! Si m’affèrre (se mi si gonfia) la guallera (l’ernia) che sbatte, ve smafere lu mazzo a tutt’’e quatte!! (vi sfondo il **** a tutt’e quattro)
    Lavandaia: Davvero?! Ma fammi il piacere!
    Matrigna: Sì! E specialmente a te che ce l’hai grande! Stai attenta a te!
    Lavandaia: See see! (Fa silenzio prima di sfilare una serie di ingiurie, per chiedere attenzione) Tu, smàfere la pasca ca te ‘nfrasca, pe lu’ ffrische e la ventresca! (non mi chiedete cosa significhi perché non lo so, però mi fa molto ridere…)
    …Io, se ti afferro, e non mi gira lo stomaco (se non mi viene la nausea) te sfràveco ’sta faccia de càntero (ti distruggo questa faccia da grosso pitale), t’ammatònto chist’uocchie (ti gonfio gli occhi) te scomme ‘e sangue (ti faccio uscire il sangue dal naso) e po’ te sguarro cca’ mmiezo!! (e poi ti prendo per le gambe e ti apro in due!!!)
    Lavandaie presenti (quelle che parteggiano per lei): Brava!! (Applausi…)
    Matrigna: (Rivolgendosi a sua figlia)Aspetta a mammà….ehehehe….stai a sentire….(rivolgendosi alla lavandaia) Come se io adesso non sapessi rispondere a una chiarchiòlla, guitta, spitalèra, sorchiamucco, jettacantere, pisciapéttole, muzzacòtele, merdosa e bavosa come te!!!( tutte parolacce insomma….)
    Banditore: Ah! Che minuetto!
    Lavandaia: (al banditore)Sì!? E adesso vi faccio sentire la quadriglia! (alla matrigna)Io adesso, per sfilare la maglia come occorrerebbe, dovrei avere la stessa bocca che hai tu!
    Matrigna: Ma non ce l’hai!
    Lavandaia: E non la posso avere!
    Matrigna: (gongolando) E non ce l’ha!
    Lavandaia: E no!!
    Matrigna: E no!
    Lavandaia: Perché, siccome la mia bocca odora di rose e fiori…
    Matrigna: Se se!
    Lavandaia:….sai che ti dico, papera guallaròsa, cacciamunnézza, annèttalatrìne, stuppagliosa, lavamappine che non sei altro??! Ma vai a buttarti dentro una chiavica maestra e strofinaci questa lingua dentro, va’!!
    Banditore: Ah! Che rose e fiori!
    Matrigna: (livida)Queste tue parole…. mi vanno linde e dipinte contro il ****…. solo per cacàrtele un

    Fonti:
    http://www.scrivi.com/pubblicazioni.asp?…

  3. edis.maria scrive:

    Ricordi di tempi NON troppo antichi se noi li ricordiamo.Rivedo mia nonna che con le lenzuola in un sacco si avviava, d’estate, verso la Dora dicendo: l’acqua che scorre sciacqua meglio e profuma di pulito. Certo allora i fiumi non erano inquinati e la sua saggezza aveva ragione. Più tardi il Comune fece costruire un ” lavatoio” con diverse vasche e lì le donne, che spesso non avevano ancora l’acqua in casa , si recavano a lavare i panni. POvera nonna, stanca ma felice quando, la sera andando a letto, le dicevamo: ” Che buon profumo di pulito le lenzuola levate nella Dora!!” Brutti tempi, bei tempi? Chissà ! Tempi diversi! Ho raccontato a mio nipote ,tempo fa, alcuni di questi vecchi modi di vivere, e ne rimase stupito, ma interessato. Ha ragione Alfred, penso gli rimarranno nella memoria e io continuo a raccontargliene altri che egli ascolta volentieri.

  4. albamorsilli scrive:

    se conoscono molto bene la storia delle lavandaie io che poi sono di Genova posso dare una stestimonianza diretta.
    Da bambina andavo ai troggi(trogoli) avevo una conca di zinco
    piena di panni un pezzo di sapone di marsiglia (ora introvabile )ela verecchina che serviva come candeggio.
    Siccome non ci arrivato alla piana del lavatoia mi mettevo una pietra sotto i piedi, l’acqua era fredda e dinverno i geloni lo facevano da padrone.State tranquilli il bucato veniva perfetto perchè il mettodo era lasciare la biancheria insaponata per almeno un giorno, poi si poteva ricominciare a lavare.
    Il bucato settimanale impegnava due giorni alle massaie.
    Ora le donne lavano lavano perchè schiacciano bottoni della lavatrice e quelle più moderne vengono anche progammate,
    con tutto ciò io ho sempre detto che davei il premio nobel a chi l’à inventata. molte donne della mia età sono cariche di artrosi per le fatiche e il lavare lo era veramente.

  5. alfred. lollis scrive:

    Commenti abilitati
    Raccontiamole queste cose ai nipoti, non le dimenticheranno.
    Racontando come era la nostra vita apprezzeranno di più quello che lasceremo loro.

  6. titina.is scrive:

    Caro Alfred, quanti ricordi mi sono tornati in mente leggendo il tuo scritto!!! Da bambina andavo con mamma a lavare i panni al fiume, c’era tutto un rituale da rispettare, prima di inziare il lavoro vero a proprio: bisognava scegliere la pietra sufficientemente grande e ruvida sulla quale strofinare la biancheria da lavare, ma ancora di più era importante che la pietra sulla quale inginocchiarsi per poter lavorare, fosse molto liscia, senza protuberanze e, per evitare che le ginocchia soffrissero troppo, si “imbottiva” con qualche straccio! Per far tornare bianchissime le lenzuola, le donne le insaponavano e le stendevano per un po’ al sole…altro che candeggina!!! Il sapone fatto in casa dava alla biancheria un profumo di pulito strordinario e irripetibile! Ogni tanto, quando mi vengono in mente questi ed altri ricordi, li racconto ai miei nipotini che mi ascoltano interessati, ma allo stesso tempo mi guardano come se fossi un’aliena che parla di cose fuori dal mondo…non sanno e non riescono a comprendere quanta ricchezza hanno lasciato in me i ricordi del passato!

  7. GuglielmoCa scrive:

    Vivere per strada è importante saperlo, contrariamente a quanto spesso si ritiene, non è una scelta di vita. La vita in strada appunto, è dura e pericolosa, è una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tantomeno è una scelta di libertà. Chi è senza casa vive infatti una condizione di grande vulnerabilità perchè è costretto a dipendere dagli altri, anche solo per bisogni primari, ed è esposto alle aggressioni, al freddo, all’umiliazione di essere cacciato come indesiderato e di essere guardato con sospetto e spesso con disprezzo.
    Cioè avviene sempre più spesso, poichè aumenta il numero dei poveri senza tetto, ma gli spazi dove essi possono trovare riparo si riducono: per esempio le stazioni, le panchine, i portici, i ponti. Assistiamo anche ad un graduale cambiamento di mentalità nei loro confronti. I poveri non commovono più (tanto che alcuni di loro a volte nella speranza di intenerire i passanti tengono con se dei cuccioli di cane), sono diventati invece problemi di ordine pubblico, vi è un atteggiamento di fastidio crescente verso chi chiede l’elemosina anche perchè può esistere una vera e propria organizzazione dell’accattonaggio. Ma la consapevolezza di questa forma di schiavitù non può portare a voltare le spalle proprio a chi in questa catena di sfruttamento è l’anello più debole e più a rischio. Chi vive in strada dunque è guardato con diffidenza e con sospetto e il fatto di non avere una casa diventa l’inizio di una perdita progressiva di diritti, fra i quali quella dell’iscrizione anagrafica. E’ più difficile cosi avere assistenza e quasi impossibile trovare lavoro, non si riescono più ad avere documenti di identità. Questi poveri diventano una folla senza nome e senza voce, incapace spesso di difendersi e trovare risorse per migliorare il proprio futuro.

  8. Lorenzo.rm scrive:

    Ho letto con grande interesse notizie in merito ad un argomento di cui non sapevo nulla e che mi ha appassionato. Grazie ad Alfred e a Guglielmo.

  9. alfred. lollis scrive:

    È oltresì interessante aggiungere che lavanderie, tintorie, concerie, colorifici erano ubicati nei pressi di corsi d’acqua da dove potevano facilmente attingere l’acqua necessaria alle varie lavorazioni e facilmente scaricare i liquami residui delle lavorazioni stesse alla faccia dell’ecologia e della salute pubblica.

  10. paolacon scrive:

    Grazie Guglielmo commento molto interessante e che completa l’articolo

  11. franco muzzioli scrive:

    Bèlin, che bèlo!

  12. GuglielmoCa scrive:

    Fra i tanti lavori che la donna ha umilmente svolto nei secoli non va dimenticato quello di lavare i panni sporchi del marito e dei figli, ma spesso anche quelli del padrone: ‘notte dei patti databili alla seconda metà dell’ottocento ci confermano che nel mondo contadino le regalie non si limitavano alle primizie, alle uova, a polli e capponi, ma tavolta il propretario imponeva, a turno di podere, di “fare i bucati della casa di Firenze, prenderli e riportarli”.
    Come in campagna, altrettanto in città la lavatura dei panni e della biancheria sporca è stata da sempre attività tipicamente femminile.
    La “curatura” delle stoffe e la lavatura dei panni è documentata fin dai primi anni del quattrocento a Bagno a Ripoli, e specialmente nella zona di Rimaggio attraversata dall’anonimo affluente di sinistra dell’ArnoUna villa della zona era addirittura chiamata popolarmente Villa delle Cure in quanto in un fabbricato annesso si svolgeva ancora nel secolo scorso l’antica attività del “curandaio” utile a sbiancare e ammorbidire i tessuti e in particolare le pezze di ino che allo stato grezzo erano ruvide e giallognole,
    Allo stesso tempo l’operazione consentiva di sterilizzare i panni grazie al ranno e all’acqua bollente.
    Nelle campagne attorno alla città non si curavano solo le pezze di stoffa ma si lavava anche la biancheria tanto è veroche, in seguito alla peste del 1630, fu ordinato “che niuno potesse mandare i panni a imbiancarsi in contado senza licenza espessa dal Magistrato acciocchèsi sfuggisse il pericolo che i panni suicidi di qualche casa infetta non seminassero, nell’essere tramenati, come spesse volte accaduto, la peste in contado”.
    L’inchiesta industriale del 1768 ci permette di sapere. attraverso documenti dei deputati della Lega di Bagno a Ripoli, che proprio in questo territorio, maggiormente impegnato di altri in tale attività, si curavano tele di diversa qualità per i mercanti fiorentini. I dati ci dicono poi che annualmente venivano trattate 280 tele lunghe dalle settanta alle oltre cento braccia ciascuna, per una lunghezza totale che superava i ventimila metri lineari.
    Nel 1781 si contavano quindi curandai concentrati nel triangolo Quarto-Candeli-Vicchio di Rimaggio. Ma con il trascorrere degli anni l’attività subì un processo di trasformazione cosi che verso la metà dell’ottocento, abbandonata la curatura delle tele, si concentrò sempre più sul bucato, lavando biancheria sporca e indumenti della borghesia fiorentina. Il periodo della Capitale Firenze fece esplodere il fenomeno che divenne assai vistoso anche sull’Ema nella zona di Grassina tanto che al censimento del 1871 si contavano a Bagno a Ripoli bel 404 addetti (163 maschi e 241 femmine) di cui 161 esercitavano l’attività per conto proprio e 243 per conto altrui a fronte dei 339 (112 maschi e 227 femmine) censiti dieci anni prima.
    Che si lavassero i panni propri o quelli degli altri, si faceva largo uso del ranno fatto in casa e ottenuto facendo passare acqua bollente attraverso la comune cenere prodotta nel focolare domestico, disponendo il tutto in una conca di terracotta, panni compresi, detta appunto conca da bucato perchè sul fondo aveva l’apertura. Attraverso quel foro si recuperava il ranno che, scaldato sempre più sul fuoco, si riversava poi nella conca nella quale erano stati sistemati i panni da lavare, con un ciclo di riempimenti e svuotamenti che richiedeva un’intera mattinata di lavoro,
    I panni cosi tenuti a mollo, venivano estratti dalla conca, riposti in cesti di canne o di sbrocchi d’olivo, tavolta era semplicemente un lenzolo che faceva da contenitore per il trasporto e si andava al fiume a lavarli per “sfognare” i lenzoli, sbattendoli ripetutamente nell’acqua, e sciacquare l’altra biancheria. Questa operazione era fatta sopratutto in riva a un corso d’acqua poichè i viai erano poco diffusi in campagna a meno che non si trattasse di zone dove la lavatura dei panni era una vera e propria attività organizzativa,
    Sia al viaio, sia al fiume, i panni venivano stropicciati con sapone per lo più fatto in casa con grassi animali, pezzi di sugna e sopratutto morchie cui si univa soda caustica e pece greca, il tutto bollito in una caldaia e poi fatto raffreddare in un basso contenitore”.

    Mi sono dilungato non è nel mio stile, ma ne valeva la pena postarlo grazie per l’attenzione

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