scritto da paolacon il 8 03 2016

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Oggi è una giornata dedicata per tradizione alle donne, giornata che non dovrebbe nemmeno aver luogo, considerato che non esiste una giornata dedicata all’uomo.
E allora la tanto decantata “parità” dov’è finita? Ma forse questo è un altro discorso e potrebbe essere il tema di un altro post.
In coincidenza con questo giorno mi arriva uno scritto di Franco Muzzioli sulla gelosia. Viene a proposito e ci fa riflettere proprio sulla condizione della donna perché, anche se la gelosia è bisex, chi ne è vittima maggiormente, è proprio la donna.
Buona lettura e buon martedì 8 marzo (pca)

Gelosia!

…..” No non è la gelosia…
ma è la passione mia
quando ti guardano gli altri io fremo perché
la tua bellezza la voglio soltanto per me!”…..

dice il famosissimo tango, ma che cosa è questa gelosia?

Un moto sfrenato di amore egoistico e di voglia di possesso esclusivo?
Galimberti fa risalire la gelosia ai primordi della civiltà, quando attraverso questa pulsione il maschio si tutelava dall’eventualità di allevare figli non suoi e la donna, sempre attraverso la gelosia, garantiva a se e ai suoi figli cibo e sicurezza.
Quindi sarebbe nata come autodifesa del nucleo famigliare e della garanzia di una progenie non bastarda.

gelosia5
La letteratura è piena di scene di gelosia, da Tolstoj con Anna Karenina a Shakespeare con Otello, ma se ne potrebbero citare a centinaia.
Un bell’ aforisma dello scrittore e saggista Algarotti dice…” la gelosia ha da entrar nell’amore come la noce moscata nelle vivande, ci ha da essere, ma non si deve sentire “.
La gelosia è quindi parte indispensabile dell’amore?
Alcibiade ci rimanda alla triangolazione edipica…” il bimbo è geloso dell’attenzione del padre verso la madre, oggetto esclusivo, che possiede ed elargisce doni di cui il bimbo vuole essere l’unico beneficiario “.
Socrate dice…” ami in me ciò che senti essere mancante in te “. Quindi l’amore oltre ad essere un sentimento che contempla tutti i sensi, può essere elemento vitale da doversi strenuamente difendere?
Galimberti scrive ancora…” che è alla vita che siamo davvero attaccati e l’amore è solo uno strumento per mantenerla nei modi che a noi sembrano più opportuni “.
Quindi la difesa dell’amore con la gelosia sembra un fatto assolutamente naturale.
Alcuni l’hanno definita schematicamente :
Gelosia positiva – la gelosia si basa su un principio di dialogo per avere un equilibrio, motivo per cui un comportamento del genere non è negativo o fatto con presunta cattiveria, perché rimane contenuto nei parametri appropriati ed accettabili del rapporto.

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Gelosia conflittuale – La si riscontra in un partner con comportamenti di gelosia senza motivi apparenti. Normalmente nasce da bassa autostima e da insicurezza, che porta a confondere il vero significato dell’amore. Spesso sono piccole gelosie giornaliere sempre negative.
Gelosia patologica – Quando sussiste una reale minaccia di perdere l’amore del nostro partner,anche se non è reale , ma viene immaginata o indotta da circostanze, atteggiamenti o supposte verità (Otello), scatenando vere e proprie tragedie, quindi la negatività è totale.

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” La gelosia nasce sempre dall’amore, ma non sempre muore con lui ” dice La Rochefoucauld, ma ironicamente e maliziosamente ribatte Gervaso…” Spesso la gelosia non è che un presentimento”.
Forse proprio così, quando non ci sono motivi evidenti ci sono dietro l’angolo i prodromi del sospetto e la gelosia rimane nelle pagine della letteratura o nei tormenti dei cornuti.

 

“ciò che mi strugge non so io neppure cos’è
ma non temere non sono geloso di te !”

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Come la tecnologia ci cambia la vita giorno per giorno, nelle piccole e nelle grandi cose…
Mario si dichiara entusiasta del suo Smartphone, anche io, da poco tempo, sono alle prese con un iPhone… che cosa ci sta succedendo?

Possibile che Steve Jobs ci abbia cambiato la vita?
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Mario mi scrive… “Beh ti mando questo mio breve scritto su di uno Smartphone regalatomi, che mi ha cambiato la vita. Mi sono premesso di mettere per iscritto alcune considerazioni fatte su questi aggeggi infernali.”

smart2smart

Sono oramai un 63 enne, amante, delle nuove tecnologie.
Il mio primo computer nel 1986.
Il mio primo cellulare risale a 30 anni fa, era grande come due pacchetti di sigarette poggiati uno sull’altro.

Mio nipote mi ha regalato da pochi giorni uno Smartphone. Si è molto parlato di questi giovani (anche su questi blog), che in ogni angolo delle strade in ogni “sito” logistico ne fanno uso e abuso… quotidiano. Avevo un normalissimo Cellulare, ricevevo e inviavo telefonate sembrava…che mi bastasse!!! Visto…l’età.
E criticando, disdegnando, disapprovando, mi ero ripromesso che non avrei mai ceduto nell’acquistare uno Smartphone o un IPad. Con mia grande sorpresa mi sono dovuto ricredere. Premetto, che… come attempato ho solo una ventina di numeri registrati sulla mia carta Sim!!!
smart3 tutti

famiglia-tecnologica zcell al pub

 
Amici, parenti, conoscenti, qualche fornitore. Ma… abbastanza (credetemi) per avermi rivoluzionato il tempo libero, la vita!!!
Mi… ritrovo come un giovincello a rispondere a messaggi, a leggere la mia posta, a chattare ricevendo foto, filmati (anche spiritosi), con Whatsapp. Mi ritrovo nelle sale di attesa, nella sede della banda, ascoltando musica bandistica, a guardare il meteo, a leggere le notizie del giorno, a navigare in internet a…, a guardarmi filmati su You Tube, ad usarlo come navigatore, se mi capita di andare in qualche altra città, che non conosco. Come musicista, ad usarlo come metronomo, come accordatore, per il mio clarinetto.
Insomma… un piccolo PC (queste solo alcune delle molteplici prestazioni), che non mi da neanche il tempo di gestirlo con calma e appieno.
Mi sento in un vortice, che… se dovessi seguire in modo appropriato tutto quello che questo infernale mezzo di comunicazione mi fa ricevere e mi permette di eseguire, dovrei passare le giornate dietro a lui.
tecnologia religiosa
Ho premesso che ho solo una ventina di contatti telefonici! Beh… immaginatevi voi, questi nostri giovani che, vuoi con la scuola, vuoi con la loro socializzazione, hanno centinai di amici, conoscenti, contatti. Allora passiamo capire come siano attaccati, non solo psicologicamente a questi aggeggi, ma… proprio materialmente!!! Per una questione pratica di tempo !!! Di socializzazione effettiva/affettiva. Certo di tutto si può fare a meno quando mancano i mezzi finanziari, nulla diventa indispensabile. Ma, in una società che ti permette in certi casi, anche l’indispensabile, dove la tecnologia è trendy, come fai a non approfittare di queste “offerte.”
Oggi (dopo la mia esperienza), capisco di più i giovani e i loro modi di comunicare.

MA...ATTENZIONE QUANDO SI GUIDA!

MA…ATTENZIONE QUANDO SI GUIDA!

Comprendo… meglio, le loro cuffie, le loro digitate svelte, sicure con il pollice e l’indice sulle tastiere touch screen.
Insomma provare per credere! E, come dice un vecchio adagio…
“mai dire mai”.

La vostra esperienza è simile? Che ne pensate?

scritto da paolacon il 8 02 2016
Arlecchino Luzzati

Arlecchino/Luzzati

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Per il Martedì Grasso, ultimo giorno di Carnevale, mi piace soffermarmi su una maschera sola: quella di Arlecchino.

È la più celebre, la più conosciuta, rappresentata nella Commedia dell’Arte e in tantissimi quadri da pittori più o meno famosi.
La leggenda racconta che fu la poverissima madre di Arlecchino a confezionargli un vestito, fatto solo con avanzi di stoffa di differenti colori.

Arlecchino ha un carattere bizzarro, la battuta sempre pronta, è scapestrato, ma al tempo stesso molto furbo e coraggioso.
La sua scaltrezza e vivacità lo fanno sopravvivere, anche se ha un grosso difetto: è terribilmente pigro.
Ma la sua furbizia gli fa trovare sempre soluzioni ai problemi, facendolo faticare il meno possibile.

Arlecchino gran signore, Giovanni Ferretti (Firenze 1692-1768)

Arlecchino gran signore, Giovanni Ferretti (Firenze 1692-1768)

A partire da circa la metà del 1500 con la Commedia dell’Arte e poi nel 1700 con Goldoni fino ad oggi con Dario Fo, Arlecchino sul palcoscenico è il personaggio principale e raffigura il servo ignorante e astuto, sempre affamato, popolare poi in tutta Europa.

Gino Severini Arlecchino 1938

Gino Severini Arlecchino 1938

Arlecchino non è solo personaggio di teatro, ha interessato artisti come Picasso, Cezanne, Joan Miró, Gino Severini o Juan Gris nel XX secolo e precedentemente.
Picasso ha amato particolarmente i personaggi del circo e quelli della Commedia dell’Arte, tra cui Arlecchino. Li sente vicini ed è solidale con la loro povertà e vita precaria per cui i suoi “Arlecchini” sono dipinti con rispetto e malinconia, lontano dallo stereotipo di buffoneria e scaltrezza che caratterizzano il personaggio. Saltimbanchi e Arlecchini divengono, per il grande pittore spagnolo, l’emblema dell’artista di strada con la malinconia nel sorriso.

 

Carnevale-di-Arlecchino-Joan-Miro-1925

Carnevale-di-Arlecchino-Joan-Miro-1925

Picasso Arlecchino allo specchio

Picasso Arlecchino allo specchio

Paul Cézanne

Paul Cézanne

Juan Gris

Juan Gris

 

 

 

 

 

 

Arlecchino di Picasso 1905

Arlecchino di Picasso 1905

scritto da paolacon il 1 01 2016

Un anno è finito, si è parlato di tante cose e tante ne sono accadute di terribili, non si possono certo dimenticare; ma l’anno nuovo che è appena cominciato ci porta un po’ di speranza e con questo articolo Franco Muzzioli ci apre a maggiore fiducia, ci fa riflettere e ci rivolge un augurio di serenità e di amore. (PCA)

***BUON 2016 A TUTTI***

Amore!

Nei blog di Eldy si sta parlando abbondantemente del periodo natalizio ed è naturale perché da pochi giorni abbiamo festeggiato questa ricorrenza. Abbiamo anche detto che questa festa è soprattutto un momento d’amore …ma che cos’è l’amore ?

E’ come parlare del tutto, di Dio, dello scopo finale dell’uomo , ma soprattutto l’amore è l’afflato che unisce una donna ad un uomo , almeno nell’accezione più usuale.
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“Mi mancheresti anche se non ci fossimo mai conosciuti “ recita un anonimo.

E’ la follia dei primi innamoramenti , delle mani nelle mani, degli sguardi che dicono tutto, dei baci languidi, del perdersi l’una nelle braccia dell’altro.
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“Ogni volta che mi guardi nasco nei tuoi occhi “ dice Riechmann.

E’ un dividersi non solo il corpo , ma quel qualcosa che noi chiamiamo anima.

Di qualunque cosa le nostre anime siano fatte , la mia e la tua sono fatte della stessa cosa ” scrive Bronte.

Poi l’amore diventa affetto, che è l’afflato più dolce , quello che forse non più squassato dal ciclone della passione diventa altruistico e vitale.

Vorrei essere almeno la mano che ti protegge , una cosa che non ho mai saputo fare con nessuno e invece con te mi è naturale come il respiro ” sussurra Pavese.
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L’amore poi si espande per naturale germinazione , infatti i figli diventano la seconda grande fonte di questo sentimento. Soprattutto per le madri , uniche creatrici simili a Dio , portano in grembo il frutto di un amore.

Il bambino chiede alla mamma -Da dove sono venuto ? – Dove mi hai raccolto ? La mamma lo ascolta , piange e sorride ,mentre stringe al petto il suo bambino – Eri un desiderio dentro il mio cuore ! –” sussurra Tagore.
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E l’amore naviga sulle onde del mare, sfiora gli alberi, si riflette nelle albe e nei tramonti , perché è anche quel sentimento che ci avvicina al Creato, che ci fa essere più buoni.

L’amore poi si espande e guarda non solo gli occhi nei quali si perderà , ma vuol raccogliere tutti gli sguardi.

Ama il prossimo tuo come te stesso” predica Gesù.
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Ora abbiamo spazio per esercitare questo afflato per i tanti che soffrono le ingiustizie, la fame, le malattie , le guerre.

La pienezza dell’amore per il prossimo è semplicemente l’essere capaci di domandargli – Qual è il tuo tormento?” esorta Simone Weil.
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Papa Francesco , che come laico considero l’uomo giusto in un mondo di ingiustizie , sta predicando la misericordia, che è in latino miseror cordis (pietà con il cuore) ,in greco èlèos , in ebraico hesèdet…e semplicemente la traduzione è… AMORE !

scritto da paolacon il 12 12 2015

Alfred Nobèl
Alfred Nobèl
la medaglia
la medaglia

Leggendo su Repubblica sono capitata su un articolo che mi ha incuriosito fin dal titolo:

“Nobili  da  Nobel:  l’opulenza  d’altri  tempi dei  reali  svedesi”
Le foto poi…
“Abiti lunghi ricamati. Tiare di diamanti e smeraldi. Tavoli chilometrici imbanditi con rose (donate dal Comune di Sanremo) e candele. E poi re, regine e nobili a profusione. No, non è una scena di un film in costume ma la realtà della cena che la famiglia reale svedese ha dato in onore della recente cerimonia dei Premi Nobel, tra gli stucchi dorati nel palazzo del Comune di Stoccolma. Ecco le immagini di un mondo passato che resta presente, il ritratto di una nobiltà che sembra uscita da un favola di ieri”

la consegna dei premi
la consegna dei premi

Leggo che per partecipare alla cerimonia è obbligatorio il frac per gli uomini e l’abito lungo da gran sera per le signore.
Sappiamo tutti che importanza abbia il premio Nobel, come sia prestigioso, che valore abbia mondialmente; mi piace però, per una volta, soffermarmi sulla sua origine e sulla mondanità dell’evento.

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In una Stoccolma già pronta per il Natale, scintillante di luci, il 10 dicembre, si è svolta la cerimonia per la consegna dei premi Nobel.

Seguendo un rituale preciso, nella data anniversario della morte di Alfred Nobel, avvenuta a Sanremo il 10 dicembre 1896, vengono rimessi i premi a quelle persone che ogni anno si sono distinte con il loro lavoro fondamentale,  per il progresso dell’umanità e la pace, nel campo della scienza, dell’economia… Tutto questo nel rispetto del testamento di Nobel.

l'arrivo dei premiati accolti con un'ovazione
l’arrivo dei premiati accolti con un’ovazione
l'arrivo accolti a suon di trombe
 accolti a suon di trombe

Nella grande Sala Blu del Municipio si svolge il sontuoso banchetto al quale partecipano la famiglia reale, tutti i premiati con i loro familiari e, numerosi altri ospiti, fino a un totale di circa 1.300 ospiti. 

la cena cena2 cena

l'apparecchiatura del banchetto

l’apparecchiatura del banchetto

Durante la cerimonia e durante il  banchetto gli studenti hanno il compito di alfieri e steward e indossano i berretti bianchi delle loro università

gli studenti

Terminata la cena, tutti gli invitati nella Sala Dorata, per il ballo di gala! 


il ballo


Perché Alfred Nobel, l’inventore della dinamite, sottoscrisse il suo testamento?
Lo fece in conseguenza di un episodio che lo colpì profondamente. Nel 1888 suo fratello Ludvig, morì mentre si trovava a Cannes. Un giornale francese confuse i due fratelli e scrisse: “Le marchand de la mort est mort” (Il mercante di morte è morto) pensando che fosse morto Alfred e condannandolo inesorabilmente per l’invenzione che lo aveva reso straricco, poiché aveva trovato il metodo per “uccidere il maggior numero di persone nel modo più veloce possibile” .

Conseguentemente a questo episodio, Nobel decise di lasciare di sé, un ricordo migliore dopo la sua morte e diede direttive affinché con i suoi beni, venissero istituiti riconoscimenti, oggi sono noti come premi Nobel.

Poi morì il 10 dicembre 1896 a Sanremo, dove si era trasferito negli ultimi anni. Una curiosità: tutti gli addobbi floreali per la cerimonia e i festeggiamenti provengono dalla città ligure.
 

fiori

scritto da paolacon il 6 12 2015

 

sannicola

Ieri sera, 5 dicembre, abbiamo salutato i nostri amici che ci avevano invitati a cena e, scendendo le scale del palazzo dove loro abitano, abbiamo visto qualcosa di speciale, davanti alle porte di quasi tutti gli appartamenti.

Scarpe, scarponcini, stivali, pantofole, ciabatte, scarponi, ballerine, mocassini, stivaletti, zoccoli, doposci di tutte le dimensioni, puliti a dovere e messi in fila.
In ogni calzatura c’erano dei cioccolatini, delle monete luccicanti di cioccolata, mele, noci, pan speziato, Babbi Natale di marzapane ed altri piccoli regali.

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Ma chi ha portato questi doni?

Un santo, amatissimo sia nel mondo cattolico che in quello ortodosso e in quello protestante:

San Nicola, vescovo di Myra, nato nel III secolo d.C. a Pàtara, città portuale della Lycia (penisola meridionale dell’Asia Minore, l’odierna Turchia).  La devozione popolare gli ha attribuito numerosi miracoli, in buona parte rivolti a fanciulli e giovani ragazze. Per questo, è considerato il “Santo dei bambini”.
Ecco perché in Germania (ma anche in molti paesi del Nord Europa) i bambini non devono aspettare il 25 dicembre per poter ricevere i regali:  preparano la sera del 5 dicembre le proprie calzature e le collocano fuori dalla porta di casa. Durante la notte San Nicola (munito di un grosso libro d’oro su cui sono annotate tutte le buone e cattive azioni dei bambini) visita le case dei bambini riempiendo le loro scarpe di … cose buone o “niente”.

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<In occasione della festa di San Nicola – il 6 dicembre -, in alcuni Paesi europei (Germania, Olanda e, più in generale, nel Nord Europa) si affermò l’usanza di affidare a San Nicola il ruolo di dispensatore di regali ai bambini: secondo la leggenda, il Vescovo si sposterebbe nottetempo in groppa a un cavallo (o a un asino), lasciando dolci e strenne nelle scarpe dei bimbi buoni. In talune tradizioni, San Nicola è visibile in pieno giorno ed è scortato da un losco individuo (il cui nome varia a seconda dei Paesi: Black Pete, Krampus, Père Fouettard…): mentre il Vescovo premia i bambini buoni, il suo “truce” aiutante si occupa dei monelli.> “dal web”

Poi questa tradizione si è spostata negli Stati Uniti: gli emigranti olandesi che fondarono New Amsterdam, divenuta New York, portarono con loro anche la tradizione del San Nicola.
Sinter Klaas (San Nicola in olandese) fu presto tradotto in Santa Claus e divenne uno dei simboli del  Natale.

E così San Nicola ha ispirato la figura del florido e rubizzo Papà Natale che nel resto del mondo è: Santa Claus, Father Christmas, Father Frost, Joulupukki, Kris Kringle, Père Noël, Sabdiklos, Sinter Klaas, Weihnachtsmann…

 SanNicolaeSantaClaus
Buon San Nicola a tutti!!!

E da voi si festeggia San Nicola? Quali altre ricorrenze festeggiano i bambini in questo periodo?

 

scritto da Paola.rm il 24 11 2015

L’artro giorno a mette’ a posto la cantina, è sortito fori ‘no scatolone de robba vecchia de mi padre. A spurcia’ dentro, t’ho trovato na carcolatrice de quelle a batteria solare, che mi padre usava per fa li conti de quanto je costava gioca’ ‘na schedina. Aho! Funzionava ancora. C’era pure un vecchio orologio, un…come se chiama, cronografo, che me piaceva tanto. Allora dentro de me ho voluto ringrazia’ mi padre, pe’ quel regalo inatteso dell’orologio; poi me so’ detto: chissà de quante altre cose lo devo ancora da ringrazia’ ? La cosa più importante è che m’ha dato ‘a vita ! E nun è cosa da poco ! Si, ma pure lui ha dovuto ringrazia’ su’ padre e su’ madre, dello stesso regalo. Così io, già solo ai mi’ nonni, devo da di’ grazie a sei persone.

A sto’ punto, ho preso ‘na sedia che c’era li e ‘na penna che m’aritrovavo in tasca, e co’ quella bella carcolatrice che funzionava ancora, me so messo a fa’ du’ conti su ‘no scatolone. Allora se contamo quattro generazioni ogni 100 anni, a chi è nato ner 2000, pe’ arriva’ all’epoca che nasceva Garibardi (1807), je tocca ringrazia’ 510 parenti diretti pe’ esse’ venuto ar monno. Se arivamo ar 1300, li parenti so’ diventati circa un mijardo, se poi volemo ariva’ alli antichi romani, cioè 80 generazioni fa, li parenti so più de’ tutti l’abitanti der monno intero.

E no, c’è quarcosa che nun quadra. Ma come è mai possibile, questo solo pe’ me e mi fratello, e se consideramo tutti l’artri ? Mo’ nun me ricordo indo’ l’ho letto, ma se parla che, a conti fatti, finora so’ nati e morti a ‘sto monno ‘na cosa come sei mijardi de persone, più n’antri sei circa ce vivono tuttora, e annamo a dodici. Se mortiplicamo ‘sti dodici mijardi per gli artrettanti stramijardi, der conto de prima, arivamo a ‘na cifra che pe’ scrivela nun ce basta un libro intero. Penso che manco tutte le formiche che so’ vissute finora so’ arivate a ‘sti livelli de popolazione. Indo’ sta l’inganno ? A pensacce bene, ce deve esse stata quarcuno, ner passato de tutti, che de straforo se deve esse’ fatta più de ‘na scopatina dentro un cesto gigante, da qui la parola incesto.

Sai, o de nascosto o da sposi consacrati, de sicuro dai cugini quarcuno dei nostri è nato; nun dico fra fratelli che, da che monno è monno, è stato sempre vietato fallo, anche se poi la storia c’ha insegnato che pe’ interessi se faceva pure quello; sai, pe’ nun manna divisa l’eredità, se diceva. L’immischiata tra parenti nun deve manco esse stata ‘na cosa de poca importanza, anzi a conti fatti, deve esse’ stata ‘na bella ammucchiata generale, se volemo ridurre quel numerone, lungo ‘na quaresima, a quei 12 mijardi de sopra.

A ragion veduta, quanno la Chiesa dice che se dovemo senti come se fossimo tutti fratelli nun c’ha tutti i torti, e si perché quella purezza de stirpe, che noi avemo messa in conto con le nostre operazioni, in realtà poi tanto pura nun è stata, e chissà quanti parenti alla lontana e sconosciuti ognuno de noi ha in giro pe’ monno. Se davamo retta ai preti a nun commette’ l’atti impuri, a ‘st’ora eravamo quattro gatti sulla faccia de ‘sta tera.

Mo’ però se spiega perché ognuno de noi ha come minimo sei persone che je rassomijano. Certo che adesso c’è poco da fa come ‘e formiche, mica potemo tanto allargasse a fornica’ , dovemo sta in campana cor cibo, perché sinnò de ‘sto passo fra quarche secolo mica ce sarà da magna’ pe’ tutti. Però nun ve state a preoccupa’, noi ancora potemo zazza’ perché ner frattempo è stato inventato er preservativo, quindi me raccomanno, pe’ le feste damoje sotto, con o senza, a vostra scelta !!
Inviato da Bracco.

scritto da paolacon il 30 10 2015

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“Homo sapiens”

Leggendo la risposta di Michele Serra sul “Venerdì” ad un lettore che disquisiva sulla differenza tra l’uomo e l’animale , ho pensato che ci dovrebbe essere una distinzione tra un cucciolo da salvare ed un bimbo fuggiasco da trarre dalle acque del Mediterraneo… almeno nelle priorità!

!!!!!!!!!!!!!!

Serra dice…” mi pare che la condizione umana sia qualitativamente incomparabile non solamente a quella di un lombrico , ma anche a quella di un gorilla , di un elefante ,di una balena ,che pure sono esseri evoluti e alla loro maniera senzienti. Per questo non mi considero “animalista” o “naturista”, in senso, come dire, ideologico ,cioè trovo abbastanza puerile fingere (perché di questo si tratta) , che ” l’ homo sapiens” sia “solamente” una delle tante forme animali presenti sul Pianeta. Credo si debba prendere atto che l’evoluzione (non so se per accidente o per “disegno divino ” ) ci ha trasformati in esseri oggettivamente “superiori” (e non per giudizio morale) , dotati di un potenziale culturale e tecnologico così smisuratamente maggiore rispetto agli altri viventi, da obbligarci ad una responsabilità infinitamente più grande. Siamo responsabili dei destini del mondo …non altrettanto si può dire del lombrico, che pur fa da par suo il suo prezioso mestiere….”
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Sono assolutamente d’accordo con il giornalista ed anzi a volte imbattendomi in contraddizioni come “la boutique del cane” e la “gioielleria per gatti” mi viene in mente che ogni cinque secondi muore un bambino di fame e che noi uccidiamo centosettanta miliardi di animali per l’alimentazione e dodici milioni per le sperimentazioni.
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E’ chiaro che i controsensi dell’uomo non si limitano ad adorare un animaletto da compagnia come un essere umano ( e questo a volte ci può stare , se riempie vuoti nelle solitudini o serve per uscire da patologie), ma dovrebbe chiarire che ci sono responsabilità e priorità indiscutibili.

Serra prosegue : …” Credo che di questa responsabilità ne abbiamo fatto cattivo uso, soprattutto quando la tecnologia ha aumentato enormemente il nostro potere di interferenza sugli equilibri naturali. Per superbia e/o per avidità , abbiamo usato questi “poteri” in maniera squilibrata, frettolosa , imprevidente . E credo che anche la presunzione di essere fatti “a immagine e somiglianza di Dio” abbia contribuito, e non poco , a farci perdere misura e orientamento”

Non sono sempre d’accordo sulla superiorità assoluta dell’uomo , alcuni avvenimenti attuali (ma anche passati) hanno evidenziato che siamo capaci di una crudeltà e di un abominio non presenti negli animali.

Serra poi termina :….” Non siamo Dio , siamo bestie formidabili, intelligenti , sensibili che condividono con tutte le altre bestie il destino della biosfera. Più che discutere se le bestie hanno i nostri stessi diritti , trovo urgente stabilire che l’uomo rispetto agli altri viventi , ha molti più doveri”.
evoluzione

scritto da paolacon il 30 09 2015

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“Comunità”

Mi sono posto spesso l’interrogativo di dove passo il mio tempo nel virtuale e quale spazio di questo occupa Eldy. La frequentazione è quotidiana ed è chiaro che si tratta di una “comunità” , dove i nomi sono generalmente sostituiti da un nickname che ogni membro sceglie per “presentarsi” e diviene parte integrante della personalità virtuale . Rappresenta contemporaneamente l’identità che si vuole assumere e quella che si vuole venga riconosciuta dagli altri. Gli analisti sguazzerebbero per approfondire questo tipo di scelta che spesso si identifica con il carattere, le frustrazioni e la fantasia.

Il contatto solo scritto acuisce spesso le caratterialità individuali (a volte esasperate) , portandole alla luce, queste probabilmente non si evidenzierebbero e in modo a volte eclatante , se ci fosse un rapporto non virtuale.

Stralcio qualche brano dal libro ” Per una sociologia delle comunità” di Fabio Berti , sociologo e docente all’Università di Siena:

“…La comunicazione che sta alla base delle comunità virtuali , è fondamentale nella costituzione della comunità stessa, in quanto essa è il fondamento delle relazioni interpersonali. Tuttavia la comunicazione (scritta) costituisce una parte del complesso puzzle delle relazioni umane e rinunciare alla fisicità del faccia a faccia , non mediato da una web cam , può risultare piuttosto pericoloso . Il problema rimane quello di trovare un punto di equilibrio. Non si deve rifiutare totalmente la vita sullo schermo , ma neppure considerarla come esistenza alternativa…”

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Credo che sia proprio questo che porta alla facilità di arrivare a scontri dialettici (sempre dentro il limiti della scrittura), giungendo a volte alle offese in quanto manca la mediazione del contatto fisico.

La difficoltà della risposta in scrittura , spesso non immediata e compromessa da ragionamenti aprioristici e preconcetti , porta ad una errata e distorta visione della realtà.

La parola scritta diventa come una ferita perché rimane indelebile sullo schermo , facendo lievitare ed esplodere caratterialità a volte represse.

Questo accade anche nelle chat dove maggiormente si verificano queste situazioni nate spesso da equivoci veri e propri scaturiti da un dialogo a volte telegrafico e non sempre comprensibile.

Perché scrivo tutto questo considerato già altre volte? Perché mi accorgo che nulla cambia e troppo spesso nascono scontri che portano ad acuire rapporti già tesi soprattutto per la mancanza effettiva della conoscenza diretta dell’altro, basando i rapporti solo su ciò che viene scritto.

Le persone sono troppo complesse per essere giudicate da un commento, da una frase, da un’affermazione, bisognerebbe fare lo sforzo di pensare che dall’altra parte c’è un individuo coi suoi problemi, le sue idee e le sue caratterialità , che in fondo quello che è stato scritto, se non è palesemente una offesa, è il parere di un “fantasma” del quale normalmente conosciamo solo il nickname e qualche sparuto pensiero.

scritto da paolacon il 17 09 2015

Le scuole riaprono le loro porte, pronte ad accogliere i nostri giovani.
La poesia di Alda Merini è un incoraggiamento, un invito ed un augurio
Buon rientro ragazzi!

Lettura James Jebusa Shannon*1895

Lettura
James Jebusa Shannon*1895

 

Alda Merini
A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.
lettura 1

scritto da paolacon il 5 09 2015


Non si possono più dire banalità, bando alle ovvietà, il dramma che stiamo osservando tutti è complesso e assolutamente impossibile risolverlo con chiacchiere o slogan, siano questi “buonisti” o “populisti”.

Le foto del bimbo sulla spiaggia mi hanno paralizzata, allibita, sconvolta; sono immagini molto forti.
Il gesto del militare che porta il cadaverino ha qualcosa di sacro, mi turba nel profondo, perché è come se l’uomo immolasse, con un antico sacrificio, una vittima in nome della “VERITà”
Franco mi ha mandato questo suo post definendolo: “articoletto/sfogo” Infatti non poteva proprio sottrarsi a scriverlo e lo ha fatto molto bene. Grazie Franco. (pca)
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vergogna 2
Pietas
Il corpicino è adagiato sulla sabbia con ancora le scarpine allacciate e la manina socchiusa, il soldato si ferma, lo raccoglie dal bagnasciuga con la delicatezza di un padre e poi non regge lo sguardo di quel povero visino morto e volge la testa e forse qualche lacrima gli sgorga dagli occhi e tanta, tanta rabbia gli invade il cuore.

Le braccia di quel soldato sono le braccia di tutti i padri del mondo che non accettano tanta crudele realtà.

Bastava forse arrivare prima verso quel piccolo gommone dove anche la mamma e il fratellino stavano per morire.

L’angelo custode a volte è distratto, come siamo distratti noi dai nostri squallidi, egoistici piccoli interessi.

Quel misero corpicino innocente, morto su una spiaggia turca, spero sia una ferita profonda nel cuore di chi pensa solo a se stesso e alla sua piccola patria.

Non c’è speranza per il mondo se si perde la pietà, la compassione, la solidarietà e si torna ad essere homo homini lupus con una gretta autodifesa, lontani da tutti gli ideali laici e religiosi.

Spero che chi ora sparge a larghe mani odio e sospetto verso chi fugge dalla morte, si ravveda, non per una punizione eterna alla quale non credo, ma per sentirsi uomo e non bestia.

IL BIMBO RICOPERTO DALLA PAROLA "HONTE": VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA

LA FOTO DEL BIMBO RICOPERTA DALLA PAROLA “HONTE”: VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNAAAA…

sinancapudan
SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ

“Nella seconda metà del XV secolo in uno scontro tra le flotte della Repubblica di Genova e quella Turca venne catturato un marinaio di nome Cicala che divenne in seguito Gran Visir e Serraschiere del Sultano assumendo il nome di Sinàn Capudàn Pascià.”

Fabrizio De Andrè ne fece una meravigliosa canzone, una delle non molte composte in lingua ligure con musiche dolcissime e arabeggianti.
sinan   piratascimitarra

Suleimano II detto il Magnifico
Suleimano II detto il Magnifico

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dalla rete:

“Scipione Cicala, In genovese Scipion Çigä (Genova, 1552 – 1605), noto anche come Cigalazade Yusuf Sinan Pascia o Cagaloglu Yusuf Sinan Kapudan Pasa fu un marinaio genovese di nobile origine che assunse poi importanti incarichi militari e politici nell’Impero Ottomano operando anche come corsaro. Per quaranta giorni, dal 27 ottobre 1596 al 5 dicembre 1596, ricoprì anche la carica di Gran Visir sotto il regno di Maometto III.”

Pare che anche le genti di Calabria ne avessero “apprezzato” le gesta.

pirati nel Mediterraneo

Teste fascië ‘nscià galéa
( le “teste fasciate” sono quelle dei turchi sulla galea)
ë sciabbre se zeugan a lûn-a
(le sciabole dei nemici, i turchi, se le stanno spartendo usando un antico gioco)
a mæ a l’è restà duv’a l’éa
pe nu remenalu ä furtûn-a
( la mia sciabola non l’ho usata per non sfidare la fortuna)
(qui l’autore ha inserito una vecchia filastrocca cantata dai bambini)
intu mezu du mä
gh’è ‘n pesciu tundu
che quandu u vedde ë ‘brûtte
u va’ ‘n sciù fundu
in tu mezu du mä
gh’è ‘n pesciu palla
che quandu u vedde ë belle
u vegne a galla.
(Fatto prigioniero dai turchi a diciannove anni ma già esperto marinaio, viene messo ai remi della galea e costretto duramente a remare al ritmo del tamburo che batteva le remate non concendendo mai un momento di riposo)
E au postu d’i anni ch’ean dexenueve
se sun piggiaë ë gambe e e maæ brasse nueve ( si sono presi le mie gambe e le mie braccia forti e giovani)
d’allua a cansún l’à cantà u tambûu
e u lou s’è gangiou in travaggiu dûu ( ed il lavoro è diventato lavoro duro)
vuga t’è da vugâ prexuné
e spuncia spuncia u remmu fin au pë (spuncia= spingi il remo dai piedi al cuore)
vuga t’è da vugâ turtaiéu ( letteralmente imbuto, per indicare chi mangia tanto e avidamente)
e tia tia u remmu fin a u cheu

( e questa è la mia storia che vi racconto prima di diventare troppo vecchio)
e questa a l’è a me stöia
e t`ä veuggiu cuntâ
‘n po’ primma ch’à vegiàià
a me peste ‘ntu murtä
e questa a l’è a memöia
a memöia du Çigä
(Scipione Cicala era il suo nome e pare fosse di nobili origini)
ma ‘nsci librri de stöia
Sinàn Capudàn Pascià.

Appresso, De Andrè, descrive il vero succo della storia: in un momento di pausa dai remi , mentre Cicala sta consumando la frugale cena: brodo di farro, nel freddo intenso della notte, in mare, scorge in cielo IL GRAN CARRO, ed il comandante intento alla preghiera non si avvede di una secca. Prontamente il giovane da esperto marinaio quale era corre al timone e vira di bordo prontamente, salvando la nave ( ‘o sciabecco) e la vita di tutto l’equipaggio.
E suttu u timun du gran cäru
c’u muru ‘nte ‘n broddu de färu
‘na neutte, ch’u freidu u te morde
u te giàscia u te spûa e u te remorde
e u Bey assettòu u pensa ä Mecca
e u vedde ë Uri ‘nsce ‘na secca
ghe giu u timùn a lebecciu
sarvàndughe a vitta e u sciabeccu
( Questa è un’altra filastrocca da bambini inserita come ritornello da De Andrè)
amü me bell’amü
a sfurtûn-a a l’è ‘n grifun ( il grifo appare nello stemma di Genova)
ch’u gia ‘ngiu ä testa du belinun
amü me bell’amü
a sfurtûn-a a l’è ‘n belin
ch’ù xeua ‘ngiu au cû ciû vixín
e questa a l’è a me stöia
e t’ä veuggiu cuntâ
‘n po’ primma ch’à a vegìáìa
a me peste ‘ntu murtä
e questa a l’è a memöia
a memöia du Çigä
ma ‘n sci libbri de stöia
Sinàn Capudàn Pascià.
( E se qualcuno mi rimprovererà di essere un rinnegato risponderò che si lo sono, ma sono diventato ricco e potente, imprecando Maometto invece che Dio)
E digghe a chi me ciamma rénegôu
che a tûtte ë ricchesse a l’argentu e l’öu
Sinan gh’a lasciòu de luxî au sü
giastemmandu ( bestemmiando) Mumä au postu du Segnü
intu mezu du mä
gh’è ‘n pesciu tundu
che quandu u vedde ë brûtte
u va ‘nsciù fundu
i ntu mezu du mä
gh’è n’ pesciu palla
che quandu u vedde ë belle
u vegne a galla.
gGalata_Tower_-_Port_of_Karaköy torre di Galata costruita dai Genovesi
La Torre di Galata costruita dai genovesi

A chi non conoscesse ancora
questa bellissima canzone
consiglio di ascoltarla
su “you-tube” e leggerne
la traduzione integrale qui di seguito.

 

SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ
[traduzione in italiano]

Teste fasciate sulla galea
Le sciabole si giocano la luna
La mia è rimasta dov’era
Per non stuzzicare la fortuna
In mezzo al mare
C’è un pesce tondo
Che quando vede le brutte
Va sul fondo
In mezzo al mare
C’è un pesce palla
Che quando vede le belle
Viene a galla
E al posto degli anni che erano diciannove
Si sono presi le gambe e le mie braccia
Da allora la canzone l’ha cantata il tamburo
E il lavoro è diventato fatica
Voga devi vogare prigioniero
E spingi spingi il remo fino al piede
Voga devi vogare imbuto
E tira tira il remo fino al cuore
E questa è la mia storia
E te la voglio raccontare
Un po’ prima che la vecchiaia
Mi pesti nel mortaio
E questa è la memoria
La memoria del cicala
Ma sui libri di storia
[è noto come] sinán capudán pasciá
E sotto il timone del gran carro
Con la faccia in un brodo di farro
Una notte che il freddo ti morde
Ti mastica ti sputa e ti rimorde
E il bey seduto pensa alla mecca
E vede le uri su una secca
Gli giro il timone a libeccio
Salvandogli la vita e lo sciabecco
Amore mio bell’amore
La sfortuna è un avvoltoio
Che gira intorno alla testa dell’imbecille
Amore mio bell’amore
La sfortuna è un cazzo
Che vola intorno al sedere più vicino
E questa è la mia storia
E te la voglio raccontare
Un po’ prima che la vecchiaia
Mi pesti nel mortaio
E questa è la memoria
La memoria di cicala
Ma sui libri di storia
[è noto come] sinán capudán pasciá
E digli a chi mi chiama rinnegato
Che a tutte le ricchezze all’argento e all’oro
Sinán ha concesso di luccicare al sole
Bestemmiando maometto al posto del signore
In mezzo al mare
C’e un pesce tondo
Che quando vede le brutte
Va sul fondo
In mezzo al mare
C’è un pesce palla
Che quando vede le belle
Viene a galla

scritto da paolacon il 23 08 2015

condomini

Guglielmo, il fiorentino, riflette su come sono cambiati i rapporti tra vicini di casa e soprattutto la vita nei “quartieri”.
Posso dirlo anche io, che a Roma sono cresciuta in una grande casa, dove le porte restavano sempre aperte e, quando si scendevano le scale, si vedevano dall’uscio le persone, intente ai loro affari in casa e ci si salutava.

Che ricordi avete voi? la vita era davvero migliore allora?

vivere insieme vicini

La vita nei quartieri era meglio prima?
Adesso le porte delle abitazioni sono blindate.
Nella mia gioventù le porte erano aperte con la chiave infilata nella porta.

Usiamo gli allarmi antirapina, telecamere alle porte. Alle finestre cancelli.

Non sappiamo chi vive sopra la nostra testa. Il vernacolo fiorentino e’ quasi scomparso.
quartiere cucina Panni-stesi

Dove si lavorava con lavori artigianali, al loro posto ci sono fast food, paninoteche, kebab. I punti dove ci si ritrovava, il “circolo”, sono scomparsi dai quartieri, erano luoghi di ritrovo dopo una giornata di lavoro.

Non ci si aiuta, nella mia gioventù l’aiuto era nell’animo di tutti. Quando una famiglia era in difficoltà scattava la solidarietà, adesso ci salutiamo a mala pena.
vicini-di-casaVicinidicasa

Il cambiamento dei tempi ci ha portato a questo…

mi domando: era meglio quel momento di vita o adesso?… Gugli

scritto da paolacon il 17 08 2015

virginia_woolf

Virginia Woolf ritratto di Roger Fry

Virginia Woolf
ritratto di Roger Fry

VIRGINIA WOOLF (25 gennaio 1882, Kensington, Londra, UK – 28 marzo 1941, Ouse, UK)
Momenti di essere

Se la vita ha una base su cui poggia, se è una tazza in cui si mettono cose, e di nuovo cose, e si colma – allora la mia tazza senza dubbio poggia su questo ricordo. È il ricordo di giacere mezzo addormentata, mezzo sveglia, nel mio letto della stanza dei bambini a St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due, mandando spruzzi d’acqua sulla spiaggia; il frangersi delle onde, uno, due, uno, due, dietro la tenda gialla. È di udire la tenda strascicare la sua piccola nappa sul pavimento quando il vento la sospinge in fuori. È di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce, e pensare, è quasi impossibile che io sia qui; è di provare l’estasi più pura che io sappia immaginare.

(da Momenti di essere. Scritti autobiografici, trad. it. a cura di A. Bottini, La Tartaruga, Milano 2003, pp. 81-82)

Antonio Vivaldi Concerto per Chitarra

frida-kahlo

Frida Kahlo, (Coyoacán, 6 luglio 1907 – Coyoacán, 13 luglio 1954) è stata una pittrice messicana, moglie di Diego Rivera.

autoritratto con scimmie

autoritratto con scimmie

 

Le due Frida

Le due Frida

https://www.youtube.com/watch?v=6brDFwla–0